LA COPERTA CHE NASCONDE IL GENOCIDIO E’ CORTA

Diffondiamo il comunicato di BDS Italia di denuncia di una censura messa in scena proprio a Ravenna. BDS, per chi non lo sapesse, significa Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni per i diritti del popolo palestinese; è un movimento a guida palestinese per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza; è un movimento internazionale di pressione su Israele affinché rispetti il diritto internazionale che agisce principalmente coordinando azioni di boicottaggio mirate, campagne per indurre al disinvestimento da parte di aziende e istituzioni e nell’esercizio di pressioni sugli Stati per l’adozione di sanzioni.

A Ravenna, a parole, le Istituzioni locali hanno più volte affermato di essere schierate a fianco dei palestinesi. Eppure non hanno mai fatto mea culpa per aver innalzato la bandiera israeliana fuori da Palazzo Merlato al contempo cancellando perfino da campetti sportivi la bandiera palestinese. A Ravenna ENI la fa da padrone. È per questo, perché metteva a nudo i legami tra ENI e il genocidio, che le informazioni che li denunciavano sono state occultate?

Come Ravenna in Comune procediamo a rilanciare il comunicato di BDS e, di seguito, a pubblicare integralmente l’informazione nascosta. Se l’intento era quello di far passare tutto sotto silenzio hanno fatto male i conti. La coperta che nasconde il genocidio è corta. Cortissima.

Interrompiamo ogni legame con Israele. Facciamo di Israele il paria del mondo.

 

Ecco il comunicato:

Ravenna: coperta l’installazione artistica a sostegno della campagna di boicottaggio contro Eni

Quando un messaggio viene coperto anziché discusso, la domanda non è che cosa dicesse ma perché qualcuno abbia ritenuto necessario impedirne la lettura.

È quanto accaduto a Ravenna, dove, a pochi giorni dalla realizzazione di un’installazione artistico-editoriale, i manifesti a sostegno della campagna di boicottaggio contro ENI, promossa da BDS Italia insieme a Extinction Rebellion e Ultima Generazione, sono stati integralmente coperti.

L’iniziativa, realizzata dal collettivo napoletano LIBERI Edizioni, rientrava in una mobilitazione nazionale svoltasi contemporaneamente a Milano, Roma, Napoli, Salerno e Ravenna, che ha trasformato alcune edicole dismesse in spazi di informazione, con installazioni temporanee che evocano le prime pagine dei giornali.

L’obiettivo: rendere accessibili informazioni sulle relazioni commerciali tra ENI e lo Stato di Israele e sulle ragioni della campagna di boicottaggio in corso attraverso un’azione di arte-attivismo.

Non è noto chi abbia disposto questa rimozione materiale ma il risultato è evidente: un intervento artistico concepito per informare è stato reso invisibile.

Che questo accada proprio a Ravenna non può essere considerato un elemento secondario.

Quello tra ENI e la città è infatti un rapporto che dura da oltre settant’anni e che ha contribuito a modellarne profondamente la storia economica, politica e sociale. Dalla scoperta del giacimento “Ravenna 1” nel 1952, il territorio ravennate è diventato uno dei principali poli dell’industria estrattiva e petrolchimica italiana. La presenza dell’azienda non si è limitata alla produzione energetica ma si è consolidata nel tempo attraverso il radicamento nel tessuto cittadino, il sostegno a iniziative sociali, culturali e formative e un rapporto stabile con il mondo del lavoro e con le istituzioni locali. Fin dagli anni Cinquanta, questo intreccio tra ENI, politica e società civile ha contribuito a costruire una posizione di forte influenza che continua a caratterizzare la città ancora oggi.

L’eredità di questo modello di sviluppo è visibile anche nelle conseguenze ambientali lasciate dall’estrazione di gas, come il processo di abbassamento verticale del suolo (subsidenza), e nelle nuove strategie industriali che vedono ancora Ravenna al centro delle politiche energetiche del gruppo. È qui che ENI e Snam intendono realizzare il progetto Ravenna CCS, presentato come il più grande hub italiano per la cattura e lo stoccaggio della CO₂, attraverso il riutilizzo dei giacimenti esauriti del Mare Adriatico.

È in questo contesto che l’oscuramento dei manifesti assume un significato politico che non può essere ignorato.

L’installazione di LIBERI non proponeva slogan vuoti né attacchi personali. Metteva a disposizione del pubblico dati, riferimenti e informazioni verificabili denunciando due questioni fondamentali. La prima riguarda l’alleanza societaria tra ENI e Ithaca Energy, società il cui principale azionista è il gruppo israeliano Delek, inserito dall’ONU nella lista nera delle imprese complici dell’occupazione illegale dei territori palestinesi, nello sfruttamento delle loro risorse naturali e fornitore di carburante anche per i veicoli dell’esercito israeliano.

La seconda riguarda il ruolo delle infrastrutture logistiche riconducibili a ENI nel porto di Taranto, utilizzate per il trasferimento di petrolio destinato a Israele. Un ruolo che ha continuato a svolgere anche a genocidio in corso.

Queste sono le questioni che qualcuno ha scelto di sottrarre allo sguardo pubblico impedendo che quelle informazioni vengano conosciute, discusse e valutate dalla collettività.

Ma tentare di rendere invisibile una campagna di boicottaggio non significa soltanto limitare la libertà di espressione di chi la promuove. Significa restringere lo spazio democratico, colpire il diritto della cittadinanza a essere informata e affermare, implicitamente, che alcuni poteri economici non possono essere oggetto di critica pubblica.

Per questo chiediamo che venga chiarito chi ha disposto la copertura dei manifesti e con quali motivazioni. Quale ruolo ha avuto il Comune di Ravenna? Vi sono state richieste o pressioni da parte di ENI o di altri soggetti? Si tratta di domande che riguardano il diritto di esprimere pubblicamente posizioni critiche nei confronti di uno dei principali gruppi economici del Paese e che, per questo, meritano una risposta pubblica.

La Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza dell’11 giugno 2020, ha stabilito che il boicottaggio costituisce una forma di espressione politica tutelata dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, attraverso il quale la società civile può chiedere il rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani.

Per questo la campagna di boicottaggio continuerà. Perché nessun manifesto coperto può cancellare i fatti. E nessuna censura può fermare una campagna fondata sul diritto, sulla giustizia e sulla solidarietà con il popolo palestinese.

BDS Italia

 

Ecco l’informazione:

ENI, il passo indietro che non basta: le ombre delle complicità con Israele restano

Dopo l’uscita dal progetto offshore a Gaza, persistono legami economici e flussi energetici verso Israele: la campagna di boicottaggio si intensifica.

La rinuncia alle licenze nel mare di Gaza segna una prima inversione, frutto della pressione internazionale. Ma secondo attivisti e organizzazioni, tra accordi societari e forniture di greggio, la multinazionale italiana continua a essere coinvolta in dinamiche legate all’occupazione dei Territori Palestinesi.

È del 22 marzo la notizia del ritiro della multinazionale fossile italiana Eni dal progetto di esplorazione nel mare antistante la Striscia di Gaza, per il quale aveva ottenuto licenze dalle autorità israeliane.

Una decisione, quella del cane a sei zampe, che segna una discontinuità rispetto agli accordi precedentemente sottoscritti e che appare come un primo effetto concreto delle campagne di mobilitazione, denuncia e boicottaggio .

Tuttavia, questo passo non esaurisce il quadro delle responsabilità.

Un’analisi più approfondita delle relazioni industriali e dei flussi energetici riconducibili alla multinazionale restituisce un quadro più complesso, nel quale persistono elementi di continuità che alimentano accuse di complicità nel sistema economico connesso all’occupazione e al genocidio del popolo palestinese.

Tra questi, emerge l’accordo societario della filiale britannica di Eni con Ithaca Energy, società controllata al 50,5% dalla Delek Group, inserita nella blacklist dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani per il suo coinvolgimento in attività economiche legate alle colonie nei territori occupati. Delek svolge un ruolo centrale nel settore energetico israeliano, rifornisce le forze armate e gestisce, attraverso società controllate, infrastrutture commerciali nelle colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.

A ciò si aggiungono le segnalazioni relative a spedizioni di greggio proveniente dal Centro Olio in Val d’Agri e partite dal terminal ENI di Taranto verso Israele: circa 30.000 tonnellate secondo il report di Oil change International, associazione di ricerca e advocacy sui costi del fossile. Un flusso energetico che, secondo le organizzazioni promotrici della campagna, configurerebbe una forma di complicità ‘materiale’.

Il quadro si inserisce in un contesto giuridico internazionale sempre più stringente. La sentenza del 19 luglio 2024 della Corte Internazionale di Giustizia ha ribadito l’obbligo, per tutti i soggetti – inclusi attori economici – di non prestare aiuto o assistenza al mantenimento della presenza illegale israeliana nei Territori Palestinesi Occupati.

È alla luce di questo intreccio tra economia, diritto e politica che si colloca la prosecuzione della campagna di boicottaggio promossa da BDS Italia, Extinction Rebellion e Ultima Generazione.

Secondo le organizzazioni promotrici l’obiettivo dichiarato è ottenere un disimpegno completo, immediato e verificabile da tutte le attività che contribuiscono, direttamente o indirettamente, al mantenimento del sistema di occupazione israeliano.

Il ritiro dalle licenze a Gaza rappresenta una vittoria parziale, ottenuta grazie alla pressione pubblica, ma non sufficiente. Finché permarranno relazioni societarie e flussi commerciali riconducibili, anche indirettamente, al sistema economico dell’occupazione, il boicottaggio continuerà a essere utilizzato come strumento di pressione.

Per i promotori della campagna, dunque, la rinuncia al progetto di esplorazione delle acque antistanti a Gaza non rappresenta un punto di arrivo, ma l’inizio di una nuova fase. Una fase in cui, sostengono, boicottare, isolare e costringere al disimpegno resta l’unica strategia efficace.

Il messaggio è netto: la pressione non si arresta. Il boicottaggio si estenderà coinvolgendo consumatori, reti sociali, investitori e istituzioni, finché non verrà meno ogni forma di complicità di Eni con il regime israeliano.

BDS Italia, Extinction Rebellion, Ultima Generazione, Collettivo Liberi Edizioni

[nella foto: immagine di Illustre Feccia]

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Ravenna, manifesti coperti sull’installazione contro Eni: BDS chiede chi li abbia censurati

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