
Tra un mese esatto, il 27 ottobre, gli Israeliani aventi diritto al voto si recheranno alle urne per il rinnovo della Knesset, il parlamento dello Stato sionista. Se la mediatizzazione dell’ultimo stadio della repressione palestinese, ossia il genocidio realizzato post 7 ottobre 2023, fosse servita a qualcosa, questo articolo sarebbe inutile. Dovrebbe infatti essere evidente a chiunque che alla radice stessa del progetto “Israele”, che ha avuto inizio a cavallo tra XIX e XX secolo, c’è una Palestina riservata ai soli ebrei sionisti. Tutto quanto si è svolto nel XX secolo e in questo prosegue, terrorismo, guerre, accordi, colonie, apartheid, sino al genocidio, va comunque letto in vista del traguardo di “Eretz Israel”: un territorio esteso a tutta la Palestina, parte di Libano e Siria e, in prospettiva, di parte dell’Egitto e della Giordania, per i soli ebrei che condividono il progetto sionista. In altre parole, qualunque sarà l’esito delle elezioni del prossimo 27 ottobre, il progetto non cambierà e proseguirà il processo che da più di un secolo elimina progressivamente ogni presenza palestinese dai territori che i sionisti rivendicano come propri.
Purtroppo questa evidenza è contrastata continuamente da una potente comunicazione, falsa, appositamente veicolata per occultare la verità. Da una parte si distingue tra un prima e un dopo 7 ottobre. Dall’altra si spiega come difensivo il genocidio post 7 ottobre negandone lo scopo genocidario. Infine si lega il genocidio all’azione di un particolare Governo guidato da Benjamin Netanyahu. La comunicazione, falsa, vuole raggiungere le diverse pubbliche opinioni internazionali dicendo, più o meno, che quanto sta succedendo ora è diretta conseguenza della necessità di una difesa da parte degli Israeliani e, se in qualche occasione Israele eccede in modo inaccettabile, si tratta pur sempre di un eccesso di difesa, la cui responsabilità ricade sulla sola maggioranza di destra che governa il Paese.
Proprio a causa di questa ripetuta menzognera comunicazione, che Israele fa passare investendo milioni di shekel nelle piattaforme social, nelle televisioni e nei giornali di tutto il mondo, è indispensabile leggere e diffondere articoli come quello scritto da Tamam Abusalama per Al Jazeera: Can a party be leftist and Zionist? Per questo come Ravenna in Comune lo abbiamo tradotto e lo riportiamo di seguito. Una buona lettura è un buon antidoto contro il sionismo che si annida anche dove non dovrebbe trovare mai spazi per attecchire.
[nell’immagine: il congresso sionista tenutosi nel 1939 a Ginevra]
#RavennainComune #antisionismo #antirazzismo #antifascismo
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Ci può essere un partito allo stesso tempo di sinistra e anche sionista?
No, che non può esserci. Ma il concetto di sionismo di sinistra continua a essere propagandato per nascondere la sua natura razzista e coloniale.
In vista delle elezioni israeliane del 27 ottobre, l’ala giovanile del neocostituito partito dei Democratici, i Giovani Democratici Israeliani, è alla ricerca di alleati stranieri. Recentemente hanno annunciato una campagna congiunta con i Giovani Verdi Austriaci per sostenere “le voci progressiste sul campo e collaborare con loro per una pace sostenibile”.
Nel frattempo, un altro gruppo giovanile definito “di sinistra”, Hamahanot Haolim, sta valutando progetti per la costruzione di un nuovo kibbutz nella Cisgiordania occupata, nei pressi di Gerico.
Interrogato sull’impatto sulla popolazione palestinese, il direttore del gruppo, Ilan Gazit, ha spiegato che, dato che gli insediamenti israeliani vengono comunque costruiti, “la sinistra” dovrebbe assicurarsi che a popolarli siano gli Israeliani “di sinistra”, non i coloni di estrema destra. “Non ce ne vergogniamo e non lo nascondiamo”, ha affermato.
Questi due movimenti giovanili e i loro alleati all’estero sembrano considerare il “sionismo di sinistra” come un concetto politicamente coerente. Ma un partito, un movimento o un individuo possono essere al tempo stesso di sinistra e sionisti?
La risposta in breve, da una prospettiva palestinese e anticolonialista, è no. Allora perché viene propagandato in Israele ed all’estero come una convinzione ideologica legittima? Perché si tratta di una strategia politica concepita per proteggere il sionismo da qualsiasi critica, preservando al contempo le strutture di oppressione.
La questione del “sionismo di sinistra” non è nuova. Il sionismo è emerso come movimento nazionalista ebraico organizzato in Europa nel XIX secolo. Al suo centro c’era l’obiettivo di fondare una patria nazionale ebraica, un’idea plasmata dal nazionalismo europeo, dall’antisemitismo europeo e dall’espansione coloniale.
I suoi primi artefici politici promossero due progetti collegati: ridefinire l’ebraismo come identità nazionale e colonizzare la Palestina. Theodor Herzl, giornalista ebreo ungherese considerato il fondatore del sionismo, non era mosso da zelo religioso – poiché sosteneva il laicismo – ma dal crescente antisemitismo in Europa.
Dopo la morte di Herzl nel 1904, le idee di sinistra entrarono nel movimento man mano che varie fazioni socialiste acquisivano il predominio all’interno dell’Organizzazione Sionista Mondiale e nelle prime comunità di coloni nella stessa Palestina.
Ma questi elementi di sinistra non erano animati da un autentico impegno verso la lotta di classe e l’internazionalismo. Piuttosto, utilizzavano un lessico socialista per giustificare un progetto nazionalista basato sul colonialismo di insediamento e portato avanti attraverso i kibbutz, i sindacati e la diplomazia.
A prescindere dalla posizione che i primi sionisti occupavano nello spettro politico, ciò che il movimento produsse in ultima analisi — lo Stato di Israele — era in diretta contraddizione con la politica anticolonialista e antirazzista che la sinistra avrebbe dovuto sostenere.
Nel 1975 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite lo riconobbe adottando la Risoluzione 3379, in cui si dichiarava che “il sionismo è una forma di razzismo e di discriminazione razziale”. La risoluzione fu revocata nel 1991, dopo continue pressioni da parte di Israele e dei suoi alleati e sulla scia del crollo dell’Unione Sovietica.
Il dibattito sul “sionismo di sinistra” continua ancora oggi. La questione non è se i singoli sionisti possano avere opinioni progressiste su particolari questioni sociali o economiche. Alcuni potrebbero averle.
La vera domanda è se un progetto politico organizzato attorno alla costruzione e al mantenimento di uno Stato basato sulla supremazia ebraica attraverso la pulizia etnica, l’espropriazione, l’apartheid e ora il genocidio possa conciliarsi con gli impegni fondamentali della sinistra: equità, antirazzismo, decolonizzazione e giustizia sociale per tutti.
Chiaramente non può esserlo.
Quando si esamina la documentazione storica, è importante notare che per decenni Israele è stato governato da partiti che si autodefinivano “di sinistra”.
Il Mapai fu fondato nel 1930 come partito sionista laburista, guidato da David Ben-Gurion. Divenne la forza dominante nella politica sionista degli albori e il principale artefice delle prime forme di organizzazione pre-statali, tra cui l’Haganah, che compì vari attacchi terroristici e massacri contro i palestinesi.
Il Mapai governò Israele fino agli anni ’60, cedendo poi il posto al Partito Laburista, che dominò la politica israeliana fino agli anni ’90.
Il sionismo laburista parlava il linguaggio della solidarietà operaia, mentre costruiva istituzioni che escludevano i Palestinesi proprio in quanto tali.
L’Histadrut, la principale confederazione sindacale israeliana, fu fondata nel 1920 come strumento della “conquista del lavoro” sionista: un progetto concepito per costruire insediamenti ebraici allontanando sistematicamente i lavoratori palestinesi dall’economia e riducendo la dipendenza dalla manodopera indigena. Dopo il 1948, questa esclusione fu istituzionalizzata: ai lavoratori palestinesi fu o negata del tutto l’adesione al sindacato oppure fu loro riservato per decenni uno status di seconda classe, negando loro il diritto di voto ed una rappresentanza minimamente significativa pur pagando loro le quote sindacali.
Oggi, anche se sulla carta i Palestinesi dovrebbero avere gli stessi diritti dei lavoratori ebrei israeliani, nella pratica non è così. I contratti collettivi di lavoro nei settori chiave, come quello edile, non vengono sistematicamente applicati nei loro confronti perché il loro impiego è reso instabile, informale e “temporaneo” per definizione. In questo modo, l’Histadrut funge meno da difensore dei diritti dei lavoratori e più da attore chiave nel riprodurre un ordine coloniale di insediamento che segrega, sfrutta e priva di potere la manodopera palestinese.
Il sistema scolastico istituito dai primi governi laburisti ha funzionato come strumento di formazione ideologica: forgiando la coscienza nazionale ebraica mentre cancellava la presenza palestinese, e ridefinendo la politica di insediamento come strumento di redenzione nazionale piuttosto che come di colonialismo.
I movimenti dei kibbutz e dei moshav, istituzioni di punta del sionismo laburista, furono centrali nel progetto di espropriazione delle terre e di allontanamento dei Palestinesi. Molti kibbutz, data la loro ubicazione, fungevano da basi operative per le operazioni dell’Haganah nel 1948, comprese le attività di spopolamento dei vicini villaggi palestinesi, rendendo gli stessi insediamenti parte integrante dell’infrastruttura operativa della Nakba.
Nonostante la lunga storia di crimini commessi dai governi del Mapai e del Partito Laburista contro i Palestinesi, molti esponenti della sinistra occidentale continuano a lasciarsi ingannare dall’etichetta “di sinistra” nel contesto della politica israeliana. Sembrano credere che quanto sta accadendo in Palestina possa essere attribuito esclusivamente alle forze politiche di destra israeliane guidate dal primo ministro Benjamin Netanyahu.
Campagne come quella dei Giovani Verdi Austriaci e dei Giovani Democratici Israeliani sembrano rafforzare questa convinzione errata. In definitiva, il loro obiettivo finale non è quello di amplificare le “voci progressiste” o di garantire una “pace giusta” ai Palestinesi, ma di imporre una categoria politica – quella del “sionismo di sinistra” – che è, in sostanza, incoerente e contraddittoria.
Il costante riferimento a un “governo di estrema destra guidato da Netanyahu” svolge una vera e propria funzione politica. Implica che una “sinistra sionista” possa essere un’alternativa progressista credibile, capace di cambiare la realtà coloniale in cui vivono i palestinesi, in quanto non responsabile dei crimini israeliani.
Tale inquadramento scarica la responsabilità dalla struttura di fondo – il colonialismo di insediamento – trattandola come una scelta politica specifica dell’estrema destra israeliana piuttosto che come la logica stessa del sionismo.
I Palestinesi non hanno bisogno di teorie politiche per vedere la verità. Da generazioni provano, sulla propria pelle, che non c’è alcuna differenza tra il sionismo di sinistra e quello di destra quando si tratta di espropriarli delle loro terre. L’occupazione non è iniziata con Netanyahu e un cambio di governo non le porrà fine.
Qualsiasi partito di sinistra in Europa o altrove che voglia rimanere fedele ai propri valori ha una sola strada da seguire. Dovrebbe ascoltare i Palestinesi e seguire e sostenere forze come il Partito dei Verdi dell’Inghilterra e del Galles nel definire il sionismo per quello che è: un’ideologia razzista e coloniale. Non una politica da riformare, ma un’ideologia da abolire.
Tamam Abusalama
