LA GUERRA NON DICHIARATA UCCIDE LO STESSO

L’Unione Sindacale di Base USB ha indetto un’assemblea pubblica presso la sala Ragazzini di largo Firenze (dietro la Chiesa di San Francesco) a Ravenna alle ore 18.00 di martedì 22 settembre. Si tratta di dire “No al traffico di armi e di materiale bellico dal porto di Ravenna!”. L’organizzazione sindacale precisa trattarsi di “un’assemblea pubblica cittadina aperta a tutta la città: lavoratrici e lavoratori, studenti, realtà sindacali, comitati, associazioni antimilitariste e pacifiste, tutte le realtà del territorio che in questi anni si sono mobilitate contro la guerra e il traffico d’armi dal porto di Ravenna”.

In queste ore, nonostante il ministro della guerra (pardon, della difesa) Guido Crosetto lo neghi, ci siamo ancora più infognati dentro la guerra. In Arabia Saudita l’Italia ha inviato circa 1000 militari Italiani tra personale dell’aviazione, dell’esercito ed i marinai impegnati nella missione Aspdes. L’Arabia Saudita è impegnata da anni in una guerra in un Paese straniero: lo Yemen. In Arabia Saudita vi sono basi statunitensi da cui l’Arabia Saudita ha consentito partissero attacchi contro l’Iran. Ne consegue che razzi diretti in Arabia Saudita e contro le navi collegate a quel Paese hanno anche i militari Italiani nel mirino. Non è la nostra guerra, non siamo in guerra, siamo impegnati in missioni di pace. Queste e altre facezie escono da comunicati ufficiali del ministro Crosetto mentre i colpi arrivano contro persone e mezzi militari Italiani che tutto stanno facendo tranne difendere i confini, unico compito assegnato da una Costituzione (art.52) che ripudia la guerra (art.11). Dunque, cosa stanno facendo i militari Italiani dispiegati nella penisola arabica e dintorni? Perché continuiamo a regalare armi e denaro per comprarle all’Ucraina impegnata in una guerra contro la Russia che, come sempre il ministro Crosetto dichiara, non è nostro nemico? Perché consentiamo che con armi italiane Israele continui il genocidio della popolazione palestinese? Perché l’Italia si sta riarmando?

Nonostante le dichiarazioni del ministro, “L’Avvocatura dello Stato, durante la discussione in udienza a Roma, ha parlato di una guerra mondiale, ibrida e a pezzi, di cui l’Italia è ormai parte, per cui non è il caso che i capi di Stato esteri conoscano la consistenza del traffico di armi dal porto di Ravenna che assume a questo punto una rilevanza militare”. Lo ha rivelato l’avvocato Andrea Maestri, che tutela la giornalista Linda Maggiori nella battaglia per conoscere la consistenza del traffico di armi dal porto di Ravenna, appena conclusa l’ultima udienza avanti il Consiglio di Stato.

Ravenna in Comune è parte del Coordinamento Popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna e dunque per tutti questi motivi rispondiamo positivamente all’invito dell’USB e parteciperemo all’assemblea di martedì prossimo. Conclude così il suo comunicato il Sindacato di Base: “Un appello lo rivolgiamo direttamente ai portuali ravennati, che già hanno scioperato contro il traffico d’armi e per il riconoscimento del lavoro usurante: le due battaglie, quella contro la guerra e quella per la dignità del lavoro nei nostri porti, sono la stessa battaglia. Ravenna è un porto civile. Vogliamo che lo resti”.

È anche l’appello di Ravenna in Comune ed invitiamo pertanto chi lo condivide a partecipare.

#RavennainComune #Ravenna #USB

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NO AL TRAFFICO DI ARMI E MATERIALE BELLICO DAL PORTO DI RAVENNA!

Assemblea pubblica

Martedì 22 settembre – ore 18.00 –

sala Ragazzini largo Firenze – Ravenna

L’Avvocatura dello Stato, difendendo l’Agenzia delle Dogane davanti al Consiglio di Stato, ha scritto nero su bianco ciò che da anni denunciamo: il porto di Ravenna ha una “rilevanza militare” tale da giustificare il segreto sui traffici d’armi che vi transitano. La motivazione addotta è che saremmo dentro una guerra mondiale “a pezzi” e “ibrida”, e che rendere pubblici anche solo i dati quantitativi sul materiale bellico movimentato metterebbe a rischio la sicurezza nazionale.

La battaglia legale è quella intrapresa dalla giornalista Linda Maggiori insieme all’avvocato Andrea Maestri, dopo che l’Agenzia delle Dogane le aveva negato l’accesso civico ai dati sul transito di materiali d’armamento. Il TAR dell’Emilia-Romagna, lo scorso luglio, aveva riconosciuto il diritto di conoscere almeno le quantità di armi movimentate. Di fronte a questa sentenza, invece di rispettarla, lo Stato ha scelto di fare ricorso e di invocare il segreto militare su un porto commerciale. Il paradosso è evidente: cercando di nascondere la verità, l’Avvocatura dello Stato ha acceso su Ravenna i riflettori come mai prima. Da oggi nessuno può più far finta di non sapere che dal porto passano armi, verso i territori di guerra del Medioriente, in un contesto — quello della guerra generalizzata e dei mercati bellici internazionali — dove la trasparenza non è un dettaglio burocratico ma deve essere invece una garanzia costituzionale.

La legge 185 del 1990 vieta l’esportazione di materiale d’armamento verso paesi in stato di conflitto o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani. È una legge dello Stato italiano, non un auspicio. Se i dati sul traffico d’armi dal porto di Ravenna vengono coperti da segreto, diventa impossibile per chiunque — cittadini, giornalisti, lavoratori portuali — verificare che questa legge venga rispettata. Il segreto non protegge la sicurezza nazionale: protegge chi vuole continuare a commerciare armi senza controlli, con qualunque destinazione.

Il 22 settembre ricorre l’anniversario del primo sciopero dello scorso anno per la Palestina: una data che scegliamo per convocare una nuova assemblea pubblica, un anno dopo, con la consapevolezza che quella battaglia è più che mai attuale. Non a caso, a chiedere trasparenza sono anche le lavoratrici e i lavoratori dell’Agenzia delle Dogane, che tramite USB sostengono il ricorso di Linda Maggiori dichiarando di non voler lavorare per la guerra. È lo stesso diritto all’obiezione di coscienza sul lavoro che rivendichiamo: nessuno dovrebbe essere costretto a prestare la propria opera per produrre, trasportare o movimentare materiale bellico. Un ruolo di primo piano in questa battaglia lo hanno avuto e lo hanno tuttora i lavoratori portuali, che con i loro scioperi hanno già contribuito a bloccare navi cariche di armi in diversi scali italiani: il prossimo 30 ottobre è fissata una nuova giornata di sciopero internazionale dei porti contro il traffico di armi, a cui guardiamo con la consapevolezza che senza chi lavora nei porti questa battaglia non si vince.

Per questo USB convoca un’assemblea pubblica cittadina aperta a tutta la città: lavoratrici e lavoratori, studenti, realtà sindacali, comitati, associazioni antimilitariste e pacifiste, tutte le realtà del territorio che in questi anni si sono mobilitate contro la guerra e il traffico d’armi dal porto di Ravenna. Un appello lo rivolgiamo direttamente ai portuali ravennati, che già hanno scioperato contro il traffico d’armi e per il riconoscimento del lavoro usurante: le due battaglie, quella contro la guerra e quella per la dignità del lavoro nei nostri porti, sono la stessa battaglia. Ravenna è un porto civile. Vogliamo che lo resti.

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ravenna notizie

Ravenna, USB convoca un’assemblea contro la guerra e il traffico di armi

Fonte: Ravennanotizie del 13 settembre 2026

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