
Oggi in Italia, purtroppo, non si festeggia la fine di una guerra, il primo grande macello di esseri umani a livello planetario, ma una vittoria trasformata in festa delle forze armate. Ad oggi non c’è un numero ufficiale delle vittime civili e militari italiane dovuto alla I Guerra mondiale. Le migliaia oscillano tra 450 e 700 per i militari. Per la popolazione civile i numeri sono ancora più ballerini: si oscilla tra i 500mila ed il milione di morti, a seconda delle cause considerate nell’ascrivere il decesso agli eventi bellici. Poi ci sono le violenze, le menomazioni, le malattie invalidanti… E poi ci sono gli animali… E le devastazioni boschive… Quelle ambientali… Le distruzioni di quanto generazioni di Italiane e di Italiani avevano realizzato.
Non si tratta di qualcosa di secondario: furono quelle le condizioni alla base del successivo ventennio di dittatura fascista. Le stesse condizioni che determinarono la ripresa del conflitto che si usa chiamare come II Guerra mondiale. Altri morti, altri feriti, altre violenze, altre devastazioni.
Tutto questo, però, scompare a Roma durante la deposizione di una corona d’alloro al Sacello del Milite Ignoto presso l’Altare della Patria, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, del Ministro della Difesa, Guido Crosetto, delle più alte cariche dello Stato e dei Vertici della Difesa. Scompare durante il proseguimento “dell’omaggio alle donne e agli uomini in uniforme, che operano quotidianamente al servizio della collettività e delle istituzioni” (come recita il sito del Ministero della Difesa) a Firenze. E scompare anche durante “la sera del 4 novembre a Roma, presso il Villaggio Difesa al Circo Massimo, con Insieme – La forza che unisce, una serata di storie e musica dedicata alle donne e agli uomini in divisa” come sempre informa il sito del Ministero della Difesa.
Che cos’è il Villaggio Difesa? Informa il sito del Ministero della Difesa che “Il Villaggio era stato pensato come uno spazio di incontro tra le Forze Armate e i cittadini, un luogo di festa, di conoscenza e di riconoscenza verso le donne e gli uomini che ogni giorno servono il Paese. Oggi, alla luce di quanto accaduto, quel luogo assume un significato ancora più profondo. Diventa uno spazio di raccoglimento, di memoria e di partecipazione, nel quale l’intera comunità nazionale possa stringersi idealmente attorno ai nostri Caduti, alle loro famiglie, ai feriti e a tutti coloro che stanno vivendo queste ore difficili. […] Vorremmo che ogni cittadino che passerà dal Circo Massimo sentisse quel luogo anche un po’ suo. Perché le Forze Armate non sono un mondo separato dalla società: appartengono al popolo italiano e al popolo italiano rendono servizio. E quando quattro dei nostri militari perdono la vita mentre servono l’Italia, è giusto che tutto il Paese senta il dovere di fermarsi, ricordarli e stringersi alle loro famiglie”. Insomma, vien da dire, come recita l’inno nazionale: “Stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte, l’Italia chiamò”. “Neanche per sogno“, però, pensa la stragrande maggioranza delle Italiane e degli Italiani.
È caduto un elicottero. Sono morte 4 persone ed altre 11 sono rimaste ferite. Però non si considerano morti e feriti sul lavoro, cioè quello per cui quelle persone erano salite sull’elicottero. Tra pochi giorni a Ravenna ricorderemo un altro elicottero precipitato ed altri morti sul lavoro: i 13 lavoratori che il 25 novembre 1990 eguagliarono con la loro fine l’altrettanto grave strage del 13 marzo 1987. In Bosnia gli occupanti l’elicottero erano 15 e si sarebbe trattato di una strage di lavoratori ancora più grande. Ma lo sguardo è diverso. Non c’è un datore di lavoro, che poi è il Ministro della Difesa, da chiamare alle sue responsabilità per l’accaduto. No, qui ci sono eroi caduti eroicamente per la Patria, ci dice Crosetto: “Ecco, questo sono i nostri militari. Donne e uomini che hanno scelto di servire gli altri, di difendere la pace, anche lontano da casa, dove quella pace è più fragile. […] Il simbolo di chi ha scelto di stare dalla parte del bene, di servire la pace, di unire dove la storia ha diviso. È ciò che fanno ogni giorno i nostri militari”. “Si vis pacem para bellum” dice infatti la Presidente del Consiglio. “Neanche per sogno” pensa, invece, la stragrande maggioranza delle Italiane e degli Italiani.
Ravenna in Comune rifiuta la normalizzazione della militarizzazione del Paese. In Bosnia ci sono stati morti e feriti durante il lavoro. A Ravenna i portuali fanno il lavoro di caricare e scaricare anche quando si tratta di armi ed esplosivi. Né gli uni né gli altri sono eroi al servizio di qualcuno: sono lavoratrici e lavoratori da salvaguardare prima di tutto eliminando i rischi insiti nel loro lavoro. E il rischio principale è quello di lavorare per la guerra. Per questo eravamo nelle piazze lo scorso 30 ottobre. Per questo ci torneremo.
Il 4 novembre non celebriamo né una vittoria né le forze armate, ma ricordiamo l’articolo 11 della Costituzione, perché sia l’Italia che Ravenna e il suo porto ripudiano la guerra!
[nell’immagine: la manifestazione contro i traffici di armi arriva nel porto vecchio di Ravenna il 30 ottobre 2026]
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Ravenna. Commemorazione dei Caduti e Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate, il programma delle celebrazioni del 2 e 4 novembre
