
Domani fanno 35 anni da quel 25 novembre 1990 in cui accadde “il tragico incidente dell’elicottero” come ancora oggi viene chiamato. L’Unità, all’epoca, descriveva così l’accaduto: «Tredici morti, come quando tre anni fa ci fu la strage della Mecnavi. L’elicottero si è alzato in volo, diretto verso le piattaforme con le quali si estrae il metano. Poche centinaia di metri e lo schianto in mare. Solo due corpi recuperati, gli altri sono ancora nascosti dalle onde. Gli operai-tecnici stavano iniziando il loro turno di lavoro: sei giorni in mare, quattro a casa». E poi aggiungeva: «Anche oggi chiediamo verità e giustizia».
Non c’è stata né l’una né l’altra per Angelo Aprea, Giancarlo Baroncelli, Alberto Bellinelli, Claudio Beltrami, Antonio Graziani, Giovanni Melfi, Domenico Montingelli, Idilio Nonnato, Giuseppe Paolillo, Nicola Pelusio, Simone Ratti, Giancarlo Semenzato e Stanislao Serpe. Alle 9 di quella domenica mattina un elicottero della Elitos, che aveva in appalto i trasporti per conto di AGIP, si era alzato in volo con 10 passeggeri, oltre ai due piloti e il motorista, diretto verso alcune piattaforme estrattive off-shore della società del gruppo ENI. In molti assistettero alle loro morti. Un testimone disse: «Ho sentito un scoppio, come un tuono. L’elicottero si è impennato, si è spaccato ed è caduto giù». Un’altra testimonianza: «Le pale si sono staccate, l’elicottero è venuto giù di colpo». Fu considerata una fatalità. Nessun processo e quindi nessun condannato.
Come Ravenna in Comune, in occasione di un precedente anniversario della morte di questi lavoratori, abbiamo scritto: «Eppure non è mai per fatalità che non si rientra a casa da una giornata di lavoro. C’è sempre una causa (o più) e dietro di essa una responsabilità (o più). Che la giustizia l’accerti o meno fa molta differenza. Ma non cambia i fatti: se ci si fa male è perché il rischio possibile è diventato accadimento. E questo continua ad essere inaccettabile, così come le parole di circostanza, sempre uguali, pronunciate dopo. Dunque, il miglior modo di ricordare quelle persone, per rispettare il dolore che la loro morte causò allora e che si rinnova ogni anno, è insistere perché di tutti gli infortuni su lavoro sia data notizia completa, la causa di ogni morte e di ogni ferimento su lavoro vengano alla luce, ogni responsabilità sia accertata, ogni colpevole sia condannato, ogni pena carceraria sia effettivamente subita. Come spesso, troppo spesso, non accade.
Anche a questo fine Ravenna in Comune aveva nel proprio programma elettorale un Osservatorio per la legalità e la sicurezza del lavoro. La sua attuazione fu deliberata senza voti contrari nel 2019 ma, di fatto, non è mai stato attuato nonostante tanti annunci a vuoto. L’Osservatorio avrebbe dovuto raccogliere e diffondere i dati sulle ricorrenze infortunistiche per consentire un puntuale e continuativo lavoro ispettivo. Perché solo un’efficace e continuativa attività di accertamento delle eventuali violazioni delle norme sulla sicurezza può evitare che al nome di un morto se ne aggiunga prima o poi (più prima che poi) un altro».
Ravenna in Comune si unisce a chi continua a soffrire per la perdita di tante vite. Continuiamo a chiedere l’istituzione dell’Osservatorio per la legalità e la sicurezza del lavoro. Ci ostiniamo a non accontentarci di un solo breve momento di commemorazione una volta l’anno per giunta organizzato da quella stessa ENI che ne causò la morte. Gli omicidi di lavoro sono omicidi come tutti gli altri. L’unica differenza è che ad essere condannate sono sempre le vittime e mai chi le ha rese tali. E la condanna, sempre più spesso, è una condanna a morte.
[Nell’immagine: l’Unità del 27 novembre 1990]
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Commemorazione incidente Elicottero Eni a Marina di Ravenna
