
Molti organi di informazione online hanno dato notizia del presidio davanti alle Dogane di venerdì 30 luglio a cui, come Ravenna in Comune, abbiamo preso parte. La ripresa dei servizi sulle rispettive pagine social e il loro rilancio ha dato luogo, come immaginabile, all’immancabile litania di commenti offensivi. E qui però si dovrebbe prendere atto che nulla hanno a che fare con il dialogo o il dibattito. I commenti, come detto per lo più critici, sono in genere fuori tema, assurdi e denigratori a prescindere, senza riguardo alcuno al tema affrontato dai servizi giornalistici. Va ricordato che si trattava di un presidio per sollecitare la diffusione di informazioni non il blocco di un carico di armamenti, l’invasione di un ufficio amministrativo o altra attività politicamente connotata. La protesta era indirizzata alla decisione dell’Agenzia delle Dogane di non estrapolare il dato delle armi da quello complessivo delle merci in transito dal porto di Ravenna, opponendosi alla sentenza del TAR Emilia Romagna che ha invece disposto di rendere il dato pubblico.
Questa una selezione rappresentativa dei commenti:
- “Ma andate a vangare branco di insetti inutili…”;
- “Non hanno il mutuo da pagare”;
- “Vogliono sapere gli affari degli altri…pensate ai vs..”;
- “Ma il caxxo che ve ne frega?”
- “Pasta asciutta alla merda”;
- “Vecchi rincoglioniti”;
- “Zecche rosse”
- “Ma che andassero a fare in c… Niente di più importante da fare?”;
- “Fatelo per gli sbarchi continui di migranti!!”;
- “Che razza di imbecilli”.
Il vantaggio di una maggior conoscenza del ruolo del porto di Ravenna nel traffico di armamenti dovrebbe essere di per sé evidente. La “rilevanza militare complessiva del Porto di Ravenna e la sua strategicità” dichiarata dall’Agenzia delle Dogane dovrebbe portare anche i meno attenti a chiedersi cosa sia avvenuto a quello che è sempre stato un porto commerciale e non militare. Anche il rischio che la normalità di traffici di armi possa far correre rischi non solo per la sicurezza dei lavoratori ma anche per l’intera cittadinanza nell’eventualità di attentati, dovrebbe smuovere l’attenzione. Se non basta, se non sollecita, allora dovrebbe lasciare indifferenti. L’insulto e il livore non trovano alcun appiglio ragionevole per scatenarsi in una richiesta di informazioni. E invece…
E allora dovrebbe essere evidente che questi commenti, autentici o falsi o un po’ l’uno e un po’ l’altro che siano, servono ad alimentare il mito di una collettività polarizzata, di opposte fazioni, di rancorose divisioni, creato sul nulla. Perché, appunto, né i resoconti giornalistici né il presidio avevano in sé argomenti per nutrirla. E allora la si alimenta artificialmente, in modo da evitare approfondimenti informativi e tenere lontani dalla discussione e, anche, dalla piazza. Insomma, è chiaro che il commento non avrebbe ragione d’essere a questo livello se non per complicità con il racconto, finto, di un malessere sociale che c’è, certo, ma è di tutt’altro segno di quello rappresentato dai social. La complicità è anche quella degli organi di informazione, naturalmente, che non gestiscono i commenti preferendo che la loro proliferazione fuori controllo sia notata da appositi algoritmi che premiano la diffusione del brand. L’odio si moltiplica e così la narrazione di un Paese fuori controllo che avrebbe bisogno di essere messo sotto controllo. Dal Vannacci di turno. O dall’ennesimo decreto sicurezza. In ogni caso da una nuova stretta alle libertà che la Costituzione vorrebbe garantite. Quando, invece, a dover essere messa sotto controllo è solo la possibilità di aggiungere un commento inutilmente volgare o di odio ad una notizia…
[nell’immagine: la pagina social di Ravenna Web Tv con il post dedicato al presidio davanti all’Agenzia delle Dogane]
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Nuovo presidio davanti alle Dogane per chiedere la pubblicazione dei dati sul traffico di armi nel porto di Ravenna
