IL GOVERNO DI OGGI SI RADICA NELLA STRAGE DEL 2 AGOSTO 1980

Oggi come Ravenna in Comune ricordiamo l’eccidio, fascista e di Stato, passato alla storia come “strage della stazione di Bologna”. Il 2 agosto 1980 l’esplosione di una bomba poneva fine all’esistenza di numerosi passeggeri, lavoratori e di tanti che si trovavano nei pressi della sala d’aspetto di seconda classe della stazione ferroviaria di Bologna. Erano le 10 e 25. Ottantacinque i morti. Oltre duecento i feriti. A 46 anni di distanza da quei fatti, li vogliamo ricordare attraverso le parole di Davide Conti, consulente della Procura di Bologna proprio per questa strage. Ci parlano del passato per rammentarci che non è il passato ma il nostro presente quotidiano. Il governo di oggi ha radici in quella strage, ultima di una stagione di terrorismo fascista (e di Stato). Non dimentichiamolo. 

“Una democrazia compiuta non avrebbe dovuto permettere che il tragico peso della strage di Bologna del 2 agosto 1980 (85 morti e 200 feriti) ricadesse interamente per decenni sulle spalle e sulla memoria personale delle vittime e dei loro familiari.

Tuttavia, pur rappresentando un prisma con cui poter leggere non solo le tante sfaccettature complesse e contraddittorie del nostro tempo ma anche i caratteri, le forme e la china assunta dalla democrazia nata dalla Resistenza (o forse proprio per questo), il più grave eccidio di civili della storia della Repubblica ha subìto per quaranta anni una sorta di esilio confutativo dal discorso pubblico.

Da un lato l’attentato della stazione di Bologna è stato spesso separato, per circostanza e finalità, dalle altre «stragi di Stato» della fase 1969-1974, come fosse un fatto a sé stante privo di contesto e radici storiche e non piuttosto «figlio» degli eventi pregressi. Dall’altro lato, attorno ai suoi responsabili è stata costruita una campagna innocentista (ammantata di un improbabile garantismo) che non registra eguali rispetto alle vicende processuali delle stragi di Piazza Fontana, Peteano, questura di Milano, Piazza della Loggia, treno «Italicus».

In ognuna di queste operazioni paramilitari di stampo neofascista si sono registrati depistaggi, infondatezze giudiziarie o arbitrii di potere. Ma mai i riconosciuti autori materiali hanno potuto godere di un così esplicito sostegno nel dibattito pubblico da parte tanto di larghe porzioni della politica (la destra ma non solo) quanto di settori non marginali della stampa nazionale. Eppure il 2 agosto 1980 racconta molto dello spaccato storico dell’Italia di allora, interrogando gli assetti del nostro difficile e convulso presente”.

Nella strage sono stati coinvolti i servizi segreti militari; i servizi segreti civili; senatori (MSI); massoni (P2); neofascisti (Nar, Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale); e pure i carabinieri.

“Un quadro che rappresenta e colloca la natura della democrazia italiana all’interno di quel particolare contesto della Guerra Fredda che caratterizzò tutto il corso della vicenda repubblicana fino al 1989 e che in nome dell’anticomunismo di Stato permise l’emergere di un fenomeno unico nell’Europa occidentale: lo stragismo come forma paramilitare della politica di atlantismo oltranzista.

È attorno a quella interpretazione del conflitto bipolare che non solo è rintracciabile la logica operativa delle stragi di Milano, Brescia e Bologna o le menzogne sull’abbattimento del DC9 di Ustica ma anche il realismo che spinse il segretario del Pci Enrico Berlinguer alla dichiarazione (oggi strumentalizzata in funzione propagandistica pro-guerra) di sentirsi «più al sicuro sotto l’ombrello della Nato». Non già e non certo per convincimento quanto, nella volontà di lottare per allargare il processo democratico, nella grave consapevolezza della limitazione della sovranità politica dell’Italia che in nome delle ragioni dell’Alleanza Atlantica non avrebbe mai permesso ai comunisti l’accesso al governo del Paese.

I mancati conti con quella stagione mantengono oggi un’anomalia che interessa l’intera struttura istituzionale, trasformando e deformando ogni elezione politica in una «chiamata» alla difesa della Costituzione contro una destra che, dal Berlusconi ex iscritto alla P2 fino ai Fratelli d’Italia eredi del Msi, non solo è ostile all’eredità della Resistenza ma si richiama senza remore a figure come il fondatore di Ordine Nuovo, Pino Rauti o come Giorgio Almirante (già segretario di redazione della Difesa della Razza, poi esponente di Salò ed infine segretario missino amnistiato per il reato di favoreggiamento nell’inchiesta sulla strage di Peteano). La stessa destra che da anni, contro ogni evidenza, cerca di deviare le responsabilità del massacro”.

[D.Conti, Un Paese allo specchio nella bomba alla stazione, Il manifesto 2 agosto 2023]

“Le radici di Fratelli d’Italia affondano nella storia del Msi. Un concetto ribadito tanto da Meloni quanto dal presidente del senato La Russa. Quest’ultimo nel giugno 2024 ha affermato che la fiamma nel simbolo di FdI «è rimasta come segno di continuità dal Msi».

Nel dicembre 2022 Meloni aveva invece dichiarato che il partito degli ex collaborazionisti di Salò avrebbe «avuto un ruolo molto importante nel combattere la violenza politica e il terrorismo».

È questo il punto centrale dello scontro con Paolo Bolognesi. L’ex presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna ha affermato che, come indicano le ultime sentenze, «le radici» dell’attentato «affondano nella storia del postfascismo italiano. In quelle organizzazioni nate dal Msi negli anni cinquanta: Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale». Radici che «oggi figurano a pieno titolo nella destra italiana di governo”.

A chi fa riferimento Bolognesi? A mandanti ed esecutori della strage. A gente come Paolo Bellini (MSI e poi Avanguardia Nazionale), al senatore Mario Tedeschi (MSI), a Giuseppe Valerio Fioravanti (MSI e poi Nar), Francesca Mambro (MSI e poi Nar), Luigi Ciavardini (MSI e poi Nar), Gilberto Cavallini (MSI e poi Nar).

[D.Conti, La matrice: dieci e più storie che legano il Msi alle stragi, Il manifesto 6 agosto 2024]

La strage fascista della stazione di Bologna del 2 agosto 1980 rappresenta, come in un complesso racconto autobiografico del Paese, elementi e fasi storiche diverse che pure hanno drammaticamente caratterizzato la direzione e il senso del decennio ‘70-‘80, ovvero quegli «anni del tritolo» pregni di complicità statali (per questo abrasivi nella memoria pubblica delle istituzioni) che prima precedettero e poi si sovrapposero a quelli «di piombo» (più comodamente raccontati dalla retorica celebrativa ufficiale).

All’interno di quella vicenda ritroviamo in prima fila i fascisti vecchi e nuovi dell’epoca. Tutti provenienti dal Msi ovvero da quel partito che secondo l’attuale Presidente del Consiglio ebbe «un ruolo molto importante nel combattere la violenza politica e il terrorismo» e nel «traghettare verso la democrazia milioni di italiani usciti sconfitti dalla guerra». Quel Msi dalla cui radice origina il partito postfascista al governo che oggi attraversa ancora una volta l’anniversario della strage.

[D.Conti, L’esilio civile della strage più grave della Repubblica, Il manifesto 2 agosto 2022]

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“Bologna, 2 agosto 1980”, la Rai ricorda la strage

Fonte: RAI del 31 luglio 2026

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