IL CUORE MARCIO DI PADRONI E ISTITUZIONI

La madre di Rayan, il ragazzo ucciso mentre lavorava sul tetto di un capannone alle Bassette, ha scritto queste parole dopo il rito funebre:

«Ieri abbiamo dato l’ultimo saluto a Rayan.

C’erano tutti. C’erano i suoi compagni di classe, i suoi ex insegnanti, i colleghi di lavoro e tantissima gente comune, grandi e piccoli. C’era il cuore pulsante della nostra comunità, quella vera, quella che si riconosce nel dolore e nell’amicizia.

Eppure, mancava qualcosa. Anzi, mancava Qualcuno.

Non c’erano le fasce tricolori. Non c’erano i rappresentanti del Comune di Ravenna, né di quello di Cesena dove Rayan ora riposa. Non c’erano le forze dell’ordine a scortare o rendere onore al viaggio di un ragazzo giovanissimo strappato alla vita troppo presto sul luogo di lavoro.

Viene naturale chiedersi: perché? È forse perché il suo cognome riflette le origini di suo padre? È perché per le istituzioni esistono figli di serie A e figli di serie B?

Rayan era un ragazzo italiano, figlio di genitori che lo amavano, un lavoratore, un amico. Ma prima di tutto, Rayan era un essere umano. La morte non ha colore, non ha razza e non dovrebbe avere confini politici. Il silenzio delle istituzioni brucia più di mille parole, perché trasmette un messaggio di esclusione proprio dove ci sarebbe bisogno di un abbraccio collettivo.

Oggi scrivo questo perché è ora di dire basta. È ora di capire che l’integrazione non è un concetto astratto, ma una presenza fisica, un rispetto dovuto, un’uguaglianza che deve valere in vita come in morte. Rayan non è stato “accompagnato” dalle autorità, ma è stato portato in spalla dall’amore di chi lo conosceva. E quell’amore vale più di ogni cerimonia formale. Ma noi non dimentichiamo. Siamo tutti uguali, e la dignità di un ragazzo di vent’anni non può essere ignorata da chi dovrebbe rappresentarci tutti.

Riposa in pace, Rayan. La tua comunità ti ha stretto forte, anche se chi doveva esserci ha scelto di restare a guardare da lontano».

Come Ravenna in Comune comprendiamo sia la sofferenza sia il legittimo sospetto: per le istituzioni esistono figli di serie A e di serie B? Il tenersi lontano da parte delle istituzioni è forse perché il suo cognome riflette le origini di suo padre? O per il luogo dove è stato dato l’ultimo saluto, una moschea? Non vogliamo crederlo. Vogliamo augurarci che sia stato il senso di vergogna a tenere lontane le istituzioni. La vergogna per non essere capaci di far nulla per fermare gli omicidi (è per la commissione di un reato di omicidio, infatti, che indaga la procura) di lavoratori che si susseguono. Una vergogna che, come Ravenna in Comune, avevamo già additato:

«Ci vuole dignità anche per fare le condoglianze. Non a tutte e tutti dovrebbe essere consentito. Il Sindaco di Ravenna ha detto che è una questione di cultura. “È solo cambiando la cultura, infatti, che la situazione potrà cambiare, ma per farlo occorre procedere insieme: datori di lavoro, lavoratori e lavoratrici, forze sindacali”. Lo ha detto nell’anniversario della strage del 13 marzo. Non siamo d’accordo. Davanti al corpo appena precipitato di un ragazzo di 21 anni lo abbiamo ribadito con forza e con rabbia: Il Sindaco la racconta come se quello della sicurezza di lavoratrici e lavoratori fosse un problema che riguarda sia chi il lavoro lo presta che chi ne beneficia. Non è così: se i padroni avessero interesse alla salvaguardia dei corpi di lavoratrici e lavoratori quanto hanno a cuore spremere tutto il lavoro possibile per ricavarci denaro, il problema si sarebbe esaurito da tempo. Non è così, appunto. C’è uno sfruttato, chi lavora, e uno sfruttatore, il padrone. Il padrone sa benissimo come evitare che chi lavora si faccia male. Non è difficile. Come spiega Mancini, le cadute “si potrebbero prevenire usando le normali precauzioni di cantiere”». 

La madre di Rayan, come altre madri prima di lei ma anche come altre che, inevitabilmente, continuando il menefreghismo istituzionale, seguiranno, lo ha capito molto bene del resto:

«Non ha ceduto il solaio, non è caduto dal tetto. Dove stava lavorando c’era una zona non calpestabile che doveva essere delimitata, segnalata, o quanto meno ci doveva essere sotto una rete anticaduta. Nulla di tutto ciò. Poteva cadere chiunque, ed è capitato al mio bambino. Come dite voi, le parole stanno a zero, ma io ho già capito chi è responsabile di questa cosa, lo sento forte e chiaro». E ne biasima «il cuore marcio».

La Giustizia, dopo un’indagine, una serie di processi (se ci saranno), e di condanne (se ci saranno), esprimerà la parola finale delle istituzioni. Ma anche Ravenna in Comune, come la mamma di Rayan, non ne ha bisogno per sapre che la responsabilità è di chi non ha tenuto in alcun conto la vita di Rayan: sono i padroni ma anche quelle istituzioni che agli interessi dei padroni continuano a piegarsi. È il loro cuore marcio.

[nell’immagine: lo striscione che ricorda Rayan pubblicato da sua madre sul proprio profilo fb]

#RavennainComune #Ravenna #lavoro #sicurezza

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Morto sul lavoro a 21 anni, lo sfogo della mamma: “Mancavano le istituzioni al funerale, silenzio che brucia più di mille parole”
Le parole della madre di Rayan Lassoued a seguito del funerale: “Non c’erano i rappresentanti del Comune di Ravenna, né di quello di Cesena dove Rayan ora riposa”

Fonte: RavennaToday del 20 aprile 2026

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