PER GRAZIA CONCESSA

È una storia che, indirettamente, tocca anche Ravenna quella della grazia concessa dal Presidente della Repubblica a Nicole Minetti, ex consigliera regionale berlusconiana, ex igienista dentale (sempre di Berlusconi), ex garante della “nipote di Mubarak” (per conto di Berlusconi che così identificava tale Karima el Marough, detta Ruby) ed anche ex protagonista delle “serate eleganti” di Berlusconi. Tocca Ravenna in quanto la “graziata” è “matrigna” del presidente del Ravenna Calcio, Ignazio Cipriani, figlio di Giuseppe Jr. Cipriani, ed Eleonora Gardini. Il padre è figlio di Arrigo ma, soprattutto, nipote di quel Giuseppe Cipriani che diede il via all’impero degli Harry’s Bar di Venezia; la madre è figlia primogenita di Raul Gardini e Idina Ferruzzi, ossia di quell’altro impero, oggi fallito, di quei Ferruzzi che a Ravenna avevano una delle sedi dove ora ha sede proprio il Ravenna Calcio. La matrigna, come scrive l’ANSA, «non andrà in carcere per le due condanne che ha ricevuto: una a due anni e dieci mesi nel processo Ruby Bis per favoreggiamento della prostituzione e l’altra a un anno e un mese per peculato sui rimborsi quando era al Pirellone». Ma anche il nonno del “figliastro” evitò a suo tempo il carcere, seppur attraverso un più drastico colpo di pistola alla testa. Condannato a suo tempo, evitando il carcere, anche lo “zio” Carlo Sama per la “madre di tutte le tangenti”, come la chiamò Di Pietro, che pure a quanto si è saputo recentemente, evitò il carcere anche alla “zia” Alessandra Ferruzzi…

In riferimento alla vicenda della grazia conferita a Nicole Minetti, l’Ufficio stampa del Quirinale ha precisato: «La concessione dell’atto di clemenza – in favore del quale si è espresso il competente Procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere – si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti che necessita di assistenza e cure particolari, presso ospedali altamente specializzati. La normativa a tutela dei dati sensibili dei minori non consente di rendere noti dettagli sulle condizioni di salute del minore».

Benché compaia una “matrigna”, in questa storia manca una Cenerentola o una Biancaneve. È una storia per ricchi, mentre ad andare in galera, in Italia, non sono certo i privilegiati, che invece se la cavano sempre. E questo riguarda gli uomini, i minori e, ancor più, le donne. Non a caso in Italia, una donna su tre di quelle incarcerate è di origine straniera. Ultima tra le ultime. La stessa percentuale la ritroviamo nella più vicina sezione femminile di un carcere: Forlì. Anche il reato per cui avviene la carcerazione è indicativo dello strato sociale di appartenenza delle detenute. Niente reati da colletti bianchi. Per lo più si tratta di reati contro il patrimonio e, tra questi, il furto è la violazione del codice penale più spesso associata alle donne incarcerate. Bassissimo il numero di donne ammesso alla semilibertà che diventa poi quasi irrilevante quando si guarda alle donne di origine straniera. Ed anche in questo Forlì non fa eccezione. Come viene vissuto il carcere tra le donne? Malissimo. Rivolgendo un breve sguardo ai dati raccolti dall’Osservatorio di Antigone, l’autolesionismo è significativamente più alto tra le donne rispetto alla popolazione detenuta totale e comunque percentualmente altissimo: 30,8 atti di autolesionismo ogni 100 detenute nel 2022. Le condizioni in cui versano le carceri condizionano moltissimo questa situazione. A Forlì, ad esempio, trattandosi di un carcere ricavato da una vecchia fortezza, c’è un generale problema di mancanza di spazi. Non esistono celle singole. In tante devono forzatamente condividere una stessa cella: c’è una sola doppia, due quadruple, una quintupla e addirittura una sestupla. Le docce sono in comune per tutte. In ogni cella il bagno e l’angolo cucina occupano lo stesso spazio…

Non sarà Ravenna in Comune a rammaricarsi se una persona, tanto più una donna, condannata ad una pena lieve, evita la reclusione in un carcere come potrebbe essere quello di Forlì che, peraltro, a giudizio di chi se ne intende non è certo tra i peggiori. Quello di cui ci rammarichiamo è la vergognosa assenza di rispetto per la nostra Costituzione che, all’articolo 3, garantisce come diritto fondamentale l’uguaglianza in ogni occasione e, ancor di più, davanti alla legge. Tante condannate al pari della “graziata” il carcere non lo evitano anche per condanne a pene lievi. Chi appartiene al mondo dei ricchi, per nascita o cooptazione, ha sempre diritto ad un buon avvocato per tirarsi “fuori dai guai”; quegli stessi “guai” che l’assenza di privilegi riserva esclusivamente ai non garantiti. E alle non garantite. Eppure quello stesso articolo 3 della Carta assegna un compito preciso alle Istituzioni della Repubblica: «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Ravenna in Comune lo ricorda al centrosinistra e al centrodestra, che rappresentano solo i ricchi, nonché al Presidente delle Repubblica, al Ministro della Giustizia e al Procuratore generale della Corte d’appello che tanto si sono spesi per graziare Nicole Minetti.

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