
È morto un giovane uomo a Ravenna nella notte tra il 13 e il 14 aprile. È stato ucciso con un taglio alla gola e sono in corso indagini per accertare in quali circostanze l’omicidio abbia avuto luogo e chi ne sia stato responsabile. Molti organi di cosiddetta informazione hanno sottolineato il fatto che si trattasse di una delle persone per le quali non è stata accertata l’idoneità all’internamento in quei lager chiamati CPR. «Era uno degli stranieri irregolari destinati all’espulsione, ma rimessi in libertà perché dichiarati inidonei ai Centri di permanenza per il rimpatrio. La visita medica alla quale era stato sottoposto a gennaio è fra quelle per le quali sono indagati 8 infettivologi accusati di falso». E allora? Allora, scrive il Giornale: «La vicenda dei medici anti-Cpr su cui sta indagando la Procura di Ravenna, in cui una serie di professionisti emettevano falsi certificati per non far detenere i migranti nei centri di rimpatrio sta assumendo dei contorni sempre più inquietanti: in zona Darsena a Ravenna nella notte è stato ucciso il 29enne di origine senegalese, Moussa Cisse, che si trovava nella città romagnola in quanto era uno degli extracomunitari che avrebbe beneficiato dei 34 certificati di non idoneità.
Un sistema che si reggeva sulla mera ideologia contro le politiche migratorie del governo. Secondo l’ordinanza del Gip Federica Lipovscek, aveva disposto l’interdizione per 10 mesi dalla professione per tre dottoresse indagate per falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio e la sospensione di cinque colleghi sempre del reparto delle Malattie Infettive di Ravenna dalla possibilità di occuparsi di certificati per i Cpr, le analisi del sangue e del torace di Cisse, non avevano evidenziato patologie.
Nonostante ciò, il medico che si era occupato di lui, aveva emesso una valutazione di inidoneità facendo genericamente riferimento alla incompletezza dell’esito degli esami, alla non disponibilità di una anamnesi e al ridotto tempo a suo parere a disposizione per arrivare a un approfondimento clinico». Titolo: «Ravenna, omicidio in Darsena: la vittima tra i migranti “salvati” dai certificati anti-Cpr». Il sommario sotto al titolo è ancora più esplicito: «L’inchiesta sui falsi attestati si intreccia con il delitto del 29enne Moussa Cisse: sospesi medici e nuovi interrogativi su un sistema che aggirava i rimpatri».
Cos’è un “intreccio” per la lingua italiana? «Unione di fatti, fenomeni, ecc., che s’incrociano, s’intersecano, interferiscono reciprocamente». E dunque? Se merita un approfondimento la morte prematura di un giovane uomo per cause violente, e secondo noi lo merita, è sulla casuale presenza del suo nome, non certo come indagato, tra le certificazioni esaminate in un procedimento penale che va posta l’attenzione? Cosa implica o cosa determina per i medici indagati, per la vittima o per chi ne ha causato la morte? Niente. Quello che si vuol sottintendere però è chiaro: a Ravenna c’è un sistema criminale per lasciare liberi dei soggetti che dovrebbero essere reclusi in quanto migranti, non italiani, privi di un permesso di soggiorno, e perciò potenziali criminali, che andranno a finir male, che producono insicurezza nei bravi cittadini, ecc. ecc. Tanto è vero che ci è scappato il morto. Ed è del tutto secondario che la persona priva di permesso di soggiorno sia la vittima e la persona che si ipotizza ne abbia causato la morte sia in regola col permesso di soggiorno. Per certa stampa c’è comunque “l’intreccio”… Tutto ciò è semplicemente vergognoso e non rispetta né la vittima, né le persone a cui mancherà, ma neanche i medici imputati semplicemente di aver fatto il loro lavoro non dimendicando l’umanità, e soprattutto è un’insulto all’intelligenza di chi legge ‘sta roba.
Una testimonianza ricorda Moussa Cisse come «persona dolce e buona». Certo non sappiamo niente di lui dai giornali, se non riferimenti alla condizione di marginalità in cui si trovava quando è morto e che presumibilmente lo accompagnava da tempo. Non sappiamo quando fosse arrivato in Italia né da quanto tempo fosse a Ravenna e neanche il suo vissuto nella nostra città. Ai giornali interessa “l’intreccio” e non ricostruire la sua storia. Nulla sappiamo anche della storia della persona fermata al di là del nome e del Paese di provenienza. E del regolare possesso di un permesso di soggiorno, naturalmente.
Tahar Lamri, intellettuale ravennate di origini algerine, per quasi un decennio direttore del Festival delle Culture, sottolinea che «Ravenna non è una città qualunque. Ha costruito la sua identità sulla stratificazione di culture, di popoli, di tempi storici. Quella stratificazione non è uno slogan turistico: è l’esperienza concreta di decenni in cui comunità diverse hanno imparato, faticosamente, a condividere spazi e a costruire legami. Quell’esperienza aveva degli strumenti. Associazioni, festival, reti di mediazione culturale, luoghi dove le comunità straniere esistevano come soggetti non come pratica amministrativa, non come problema da gestire, ma come parti vive della città». Ricorda però ai distratti che «questa città, negli ultimi anni, ha smantellato sistematicamente gli strumenti che permettevano di governare la complessità della convivenza. Non con un atto deliberato e dichiarato ma per scelte di bilancio, di priorità politiche, di visione. O di assenza di visione».
Raffaella Sutter, già dirigente comunale e consigliera comunale per Ravenna in Comune, lo aveva già detto: «Abbiamo rinunciato ai servizi che avevamo, con i centri diurni si toglie la gente dalla strada e si gestiscono le persone ai margini con altre modalità, offrendo piccoli servizi. I fenomeni vanno gestiti con risposte di tipo assistenziale e sociale, non ignorati. I dormitori sono insufficienti. Il tessuto cittadino è svuotato e spesso degradato con spazi di abbandono. È stato fatto un passo indietro nel momento in cui la vivibilità è più difficile. Di Cittattiva ne andavano aperte 10, pensate come punti aggregazione tra cittadini e giovani stranieri, così come i centri diurni, se avessimo avuto più servizi non ci troveremmo in questa grave percezione di insicurezza. Il problema esiste, così come esiste il disagio tra popolazione italiana e migrante. Un tempo c’erano problemi nel quartiere darsena e mettemmo in campo strumenti, aprimmo centri giovanili, bisogna esserci sul territorio. Per affrontare il disagio giovanile l’amministrazione comunale può realizzare interventi coordinati con le forze dell’ordine, ma parliamo interventi di tipo sociale, il problema per il Comune non può essere solo di ordine pubblico con il coinvolgimento della polizia locale, che deve essere chiamata a fare altro».
Martedì in Consiglio Comunale il Sindaco ha spiegato chiaramente come si intenda continuare a seguire la stessa strada, sbagliata, già intrapresa, riconducendo il tutto ad un problema di poche forze dell’ordine e di troppi senza fissa dimora, “scaricando la patata bollente” all’Amministrazione Centrale per il primo punto e alle associazioni di volontariato per il secondo. E poi telecamere, telecamere e, ancora, telecamere perché «non possiamo mettere un agente in ogni strada o in ogni angolo buio».
Come Ravenna in Comune chiediamo invece all’Amministrazione Comunale di fare il proprio mestiere, che non è certamente quello di trasformarsi in un poliziotto (su cui peraltro è già sin troppo andata avanti) ma non è nemmeno schivare gli interventi diretti che competono al Comune. Occorre rimettere in opera quelle buone pratiche che ora sembrano dimenticate ed aggiornarle ai cambiamenti intervenuti nel tessuto sociale. Parliamo, ad esempio, di quanto citato negli interventi sopra riportati. Bisogna destinarci risorse e personale. E per assumere personale non intendiamo “solo” più polizia locale. In buona sostanza, chiediamo al Sindaco di fare il Sindaco e di non trasformarsi in un piazzista di telecamere.
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Ravenna e l’escalation di violenza, il sindaco: “Mai sottovalutato il problema, siamo determinati a intervenire”
Fonte: Corriere Romagna del 14 aprile 2026
