
Facciamo finta che qualcuno stia indagando su chi ha partecipato alla manifestazione in porto il 28 novembre dello scorso anno. Ci vuole poco a fingere, visto che è proprio quanto è accaduto: 32 persone indagate! Facciamo finta che la polizia sia andata in casa dei 32 e abbia sequestrato cellulari e computer per cercare prove che dimostrino il coinvolgimento nel presunto reato. Questo, almeno per questa volta, è un lavoro di immaginazione. Continuiamo a fantasticare. Facciamo finta che sia capitato proprio a noi di Ravenna in Comune. Ci vuol poco: del resto avevamo aderito alla manifestazione, invitato a prendervi parte, rendicontato a posteriori e perfino espresso solidarietà alle persone indagate e condannato l’indagine come repressione. Ma continuiamo con l’immaginazione. A questo punto, con in mano i cellulari sequestrati, chi indaga si mette a leggere le chat private e scopre l’acqua calda: cioè che il linguaggio usato nella comunicazione informale è meno attento alle forme, più diretto, qualche volte fa uso anche di volgarità ed è perfino irrispettoso dei terzi. Magari potremmo aver condiviso una situazione d’ansia con chi pensavamo ci potesse confortare: «la polizia mi tampina, è un incubo». Oppure potremmo aver espresso il timore che ci sia un modo giusto e uno sbagliato di comportarsi quando si è indagati: «Ho bisogno di non fare passi falsi». O, ancora, magari abbiamo approvato con il simbolo del pollice alzato quando chi chattava con noi ha provato a rassicurarci con un: «Gli facciamo il culo a ‘sti sbirri maledetti». Come detto, tutto questo è una fantasia. A noi di Ravenna in Comune, almeno sino ad oggi, non è successo niente del genere.
È accaduto invece ad otto medici del reparto infettivi del Santa Maria delle Croci. Indagate e indagati per dare un segnale a chi, in tutta Italia, non si limita a mettere un timbro di idoneità all’internamento nel CPR quando la polizia gli porta davanti il/la straniero/a di turno. Quei lager chiamati CPR vanno riempiti di vittime, indipendentemente da ogni considerazione sullo stato delle vittime. Per cui cosa c’è di meglio per raggiungere lo scopo di una bella indagine con l’accusa di aver compiuto reati gravissimi, visto che le circolari dei ministri non bastano a cancellare la professionalità di un medico? Non basta? Accade che i medici convocano un presidio di solidarietà, invece di mettersi a piangere e a dire non lo faccio più, perdonatemi, mi adeguerò. E accade pure che, invece di essere disertato da una cittadinanza sorda ad ogni richiamo alla condivisione e alla solidarietà, la manifestazione sia ben partecipata, in tante e tanti esprimano consenso verso i medici e biasimo verso l’apparato che vuole criminalizzare le migrazioni trasformando in criminale chi cerca solo un posto migliore in cui vivere.
Allora l’apparato repressivo alza il tiro: chiede l’interdizione dall’esercizio della professione per un anno! E poi inizia la gogna mediatica: le chat dei medici vengono diffuse. Quelle frasi che abbiamo riportato all’inizio di questo pezzo sono messe in bocca ai medici fuori dal contesto in cui sono state scritte ma con uno scopo evidente: quello di creare terra bruciata attorno ai medici. Un giornale titola: «“Anarchia e antagonismo” in corsia: le chat dei medici contro “gli sbirri”». Un altro: «”Gli facciamo il c… agli sbirri maledetti”. Le chat dei medici no-Cpr». Un altro ancora: «Certificati anti rimpatrio, le chat dei medici indagati. “Così gli sbirri imparano”». E poi ci sono i social. E gli insulti mediatici. L’odio. Tutto il normale corredo previsto in questi casi.
Come Ravenna in Comune ribadiamo quanto abbiamo già detto: «Ravenna, città tranquilla amministrata da un distratto centrosinistra, è il laboratorio ideale per le prove di repressione che verranno poi replicate su scala italiana. Per questo sono partite qui le indagini contro il personale medico. Per questo sono cominciate qui a scattare le denunce secondo il nuovo modello securitario. E altre ne seguiranno se si lasciano varchi aperti. Ravenna in Comune chiede a tutte e tutti di difendere l’attacco alla Costituzione in atto nel nostro Comune: ci vogliono divise e divisi, rispondiamo con l’unità della Resistenza! Ripartiamo dalla manifestazione davanti all’ingresso dell’ospedale cittadino per fermare la repressione che minaccia la democrazia costituzionale».
Piena solidarietà ai medici come già avevamo dato ai 32. L’attacco sferrato ai medici di Ravenna è un attacco a tutte e tutti noi. Resistere, Resistere, Resistere!
[nella foto: un momento del flash mob del 16 febbraio davanti all’ospedale]
#RavennainComune #Ravenna #ospedale #resistenza
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«Gli facciamo il c… agli sbirri», le chat dei medici nell’inchiesta dei certificati anti-rimpatri e Cpr. L’infettivologo: «Ho scritto io, è stato decontestualizzato»
