
Dopo mesi di lotte, grazie alle indagini condotte da Linda Maggiori e all’esito del ricorso contro le Dogane supportato dall’avv.to Andrea Maestri, oggi finalmente sappiamo che dal porto di Ravenna lo scorso anno sono transitate 225 tonnellate di armamenti. Sono poche o sono tante? E, soprattutto, dove sono andate a finire?
All’ultima domanda potrebbero rispondere le Dogane, ma non lo hanno fatto. Autorizzate a tacere da TAR e Consiglio di Stato che hanno ordinato la diffusione del dato complessivo ma non delle destinazioni. Né conosciamo le provenienze. In base alle rotte seguite dai navigli che hanno tra le toccate Ravenna, scrive Linda Maggiori che «il sofferto riscontro delle Dogane certifica dunque come nel 2025 lo scalo romagnolo abbia contribuito ad alimentare la fase più cruenta del genocidio a Gaza, lasciando passare centinaia di tonnellate di armi destinate all’esercito israeliano».
L’IDF, l’esercito “più morale” al mondo artefice del genocidio palestinese, ha diverse armi in dotazione. Alcune sono di produzione nazionale, come ad esempio le mitragliatrici UZI e le testate nucleari. Altre sono di fornitura estera, in particolare statunitense.
Ad esempio le bombe MK84 sganciate con generosità su Gaza in quanto in grado di perforare i bunker sotterranei. Ma, naturalmente, non distruggono solo i bunker. Una sola bomba è in grado di sbriciolare un intero complesso di edifici assieme a chi lo abitava. Uomini, donne, bambini vengono polverizzati e scompaiono nell’esplosione, sepolti tra i detriti. 225 tonnellate corrispondono a 250 bombe MK84.
Volendo fare un altro esempio, gli Stati Uniti forniscono anche i fucili di assalto che fanno parte dell’equipaggiamento standard degli assassini con la stella di Davide sulla divisa. Sono conosciuti sotto la sigla di M16. Se fossero state armi di questo tipo, quelle transitate da Ravenna, vorrebbe dire che 65mila killer di donne vecchi bambini giornalisti medici ecc. ecc. sono stati riforniti del necessario per la mattanza grazie al nostro porto: metà degli effettivi di terra prima della mobilitazione dei riservisti.
Dunque il peso di quelle 225 tonnellate di armi sul genocidio palestinese è enorme.
Allo stesso tempo, però, rispetto all’insieme del lavoro portuale, quantificato in merci movimentate nel 2025 a Ravenna, spostare quelle 225 tonnellate ha avuto un peso insignificante sul reddito fornito ai lavoratori dalle operazioni portuali. Talmente insignificante che, secondo le Dogane, il traffico ora si sarebbe azzerato. È sempre Linda Maggiori a dircelo: «Secondo i dati più recenti forniti dalle Dogane e relativi al 2026, le armi non sarebbero passate». E però «Nulla si sa invece del flusso di beni a doppio uso, come forgiati ad acciaio speciale, sistemi acustici, ottici, radar, sensori magnetici, laser, apparecchiature per droni, nitrato di ammonio (usato dall’esercito israeliano per minare gli edifici di Gaza) che sono sempre più necessari nelle guerre moderne. Dalle segnalazioni della campagna No harbour for genocide nei primi sei mesi del 2026 dal porto di Ravenna sono effettivamente partite almeno nove spedizioni di materiali (non meglio identificati), provenienti dall’Europa centrale, verso lo stabilimento aeronautico di Elbit Systems Cyclone a Karmiel, in Israele, industria aerospaziale attiva nel settore civile ma soprattutto in quello militare, dove si producono droni militari Hermes e si assemblano F-16 e F-35 usati per bombardare Gaza».
La conclusione è che il traffico di armi e di materiale dual use dal porto di Ravenna è innegabile. Ma, allo stesso tempo, può essere arrestato sol che lo si voglia. E, inoltre, questo arresto non rappresenta un costo insostenibile per il lavoro portuale. Dunque dobbiamo insistere perché non solo i numeri delle statistiche si azzerino alla voce “armi” ma anche i traffici di morte veri e propri sotto qualunque voce siano catalogati.
I prossimi appuntamenti:
- un presidio a Ravenna degli universitari, promosso da Cambiare Rotta, il 27 ottobre alle ore 13.00 a Palazzo Corradini: contro tagli, guerre e carovita;
- tante iniziative promosse dal Coordinamento popolare contro le armi nel porto di Ravenna in concomitanza allo sciopero del 30 ottobre a cui dedicheremo la nostra prossima attenzione.
Ravenna in Comune invita a partecipare: continua la lotta per un porto civile, senza traffici di morte e senza complicità con il genocidio in Palestina.
Dal porto di Ravenna nel 2025 sono partite 225 tonnellate tra armi e componenti militari
Fonte: Altreconomia del 23 ottobre 2026
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Ravenna, 225 tonnellate di materiale bellico partite dal porto nel 2025. La petizione arriva in commissione
Fonte: Corriere Romagna del 24 ottobre 2026
Dal porto di Ravenna sono passate 225 tonnellate di armi in un anno
A fornire i dati l’Agenzia delle Dogane dopo la sentenza del Consiglio di Stato. “La destinazione principale è Israele – affermano gli attivisti – vogliamo capire se siano stati violati i divieti di legge verso Paesi che commettono crimini di guerra”
Fonte: Rai del 24 ottobre 2026
