
In questi giorni si stanno dicendo un mucchio di sciocchezze sui C.P.R., ossia quelle strutture detentive istituite nel 1998 dal centrosinistra con la Legge Turco-Napolitano con il nome di C.P.T. (Centri di Permanenza Temporanea), poi denominati C.I.E. (Centri di Identificazione ed Espulsione) dal centrodestra con la Legge Bossi-Fini del 2002, ed infine rinominati, appunto C.P.R. (Centri di Permanenza per i Rimpatri), dal centrosinistra con la Legge Minniti-Orlando del 2017. Sono strutture di detenzione amministrativa ossia dei luoghi che nascono appositamente per introdurre un sistema di apartheid in Italia. Hanno infatti una connotazione razzista: ci vengono rinchiuse solo persone straniere. Gli Italiani non entrano. Per cui raccontare che sono presidi per la sicurezza del territorio e che sono indispensabili perché gli individui pericolosi siano tenuti sotto controllo è una balla colossale. Sarebbe come dire che un reato se commesso da un Italiano non attiene alla sicurezza e se commesso da uno straniero sì. Tanto è vero che la funzione principale dei C.P.R. non ha niente a che vedere con la sicurezza e con la commissione di reati: nascono infatti per trattenervi temporaneamente persone migranti in situazione di irregolarità rispetto alle norme concernenti l’ingresso e il soggiorno all’interno di un dato Stato europeo, senza riferimento ad alcuna altra violazione, prima della loro eventuale espulsione dal territorio.
La richiesta di dimissioni di una consigliera comunale perché una persona avrebbe commesso un reato successivamente al mancato rilascio di un certificato di idoneità al trattenimento in un C.P.R. assume pertanto una dimensione di assurdo. E se lo stesso reato fosse stato commesso da un Italiano sarebbe stato meno grave? Se vi sono rischi di commissione di reati che le norme vigenti ritengono suscettibili di una preventiva adozione di misure per evitarli, questo non dovrebbe valere sia per cittadini italiani che per stranieri? Se fosse una misura per la sicurezza che viene rivolta ad una assoluta minoranza dei residenti nello Stato sarebbe per sua natura assolutamente inefficace. Dunque, cosa c’entra il fatto che una consigliera comunale abbia esercitato il suo diritto di libera manifestazione del pensiero partecipando ad un flash mob organizzato per solidarizzare con i medici indagati nell’ambito di una indagine sul rilascio di certificati connessi all’ingresso nei C.P.R.? Perché dovrebbe dimettersi?
È gravissimo pensare che una persona eletta in un organo di rappresentanza della cittadinanza nel Comune debba astenersi dalla manifestazione del pensiero qualora questo pensiero sia in contrasto con le valutazioni di un magistrato nell’ambito di un procedimento penale che oggi è soltanto alle sue fasi iniziali. Questo, secondo chi ha domandato le dimissioni, sarebbe invece sufficiente per ritenere la consigliera «evidentemente incompatibile con il ruolo istituzionale ricoperto, soprattutto alla luce della delicatezza della vicenda».
Il flash mob di cui si tratta era stato organizzato il 16 febbraio scorso su iniziativa di Marco Montanari, medico oncologo ed ex consigliere PD. La consigliera comunale di cui l’opposizione richiede le dimissioni è Petia Di Lorenzo eletta consigliera lo scorso anno in lista con il PD. Ravenna in Comune è sorta nel 2015 con un programma di azione politica indirizzato al pubblico dove il PD è al servizio del liberismo e per questo siamo sempre state e stati all’opposizione, prima in Consiglio poi sul territorio, delle Amministrazioni a guida PD. Coerentemente nell’opporci alla modifica della Costituzione che vuole asservire la magistratura all’esecutivo abbiamo aderito ai Comitati per il No sociale invece che ai comitati promossi dal PD.
Questo non ci impedisce di avere una indipendenza di giudizio e di aver partecipato e invitato a partecipare al flash mob promosso da Montanari e di aver criticato fin dal primo momento l’iniziativa della magistratura contro i medici di Ravenna. Allo stesso modo la nostra indipendenza ci porta oggi a manifestare solidarietà alla consigliera Petia Di Lorenzo che anzi ringraziamo per la posizione assunta in questa vicenda.
[nell’immagine: il flash mob del 16 febbraio scorso al quale Ravenna in Comune ha partecipato]
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Aggressione in stazione e certificati “anti-CPR”: La Pigna chiede le dimissioni della Petia Di Lorenzo
