PIAZZA BELLA PIAZZA

Oggi non si riempiono le piazze come avvenne a Bologna, in Piazza Maggiore, il 9 agosto 1974 durante i funerali per le vittime della strage dell’Italicus. La rabbia di quel giorno la racconta Claudio Lolli in Piazza bella piazza:

«Ci passò tutta una città,

calda e tesa come un’anguilla,

si sentiva battere il cuore,

ci mancò solo una scintilla;

capivamo di essere tanti,

capivamo di essere forti,

il problema era solamente

come farlo capire ai morti!».

Il 4 agosto 1974 attorno all’una del mattino, all’uscita dalla galleria degli Appennini, nei pressi della stazione di San Benedetto Val di Sambro una bomba fece esplodere l’Espresso 1486 Italicus diretto a Monaco di Baviera. Furono in 48 a rimanere straziati e altri 12 morirono, chi per l’esplosione e chi nell’incendio. Uno di loro fu Silver Sirotti, a cui Ravenna ha dedicato una strada a Fornace Zarattini. Era di Forlì, aveva 24 anni, faceva il controllore su quel treno. Non si trovava sulla carrozza dove esplose la bomba. Corse tra le fiamme per salvare i passeggeri e dalle fiamme non uscì.

Le conclusioni della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla Loggia Massonica Propaganda 2 (la P2 guidata da Licio Gelli) presieduta da Tina Anselmi furono chiarissime. È accertato: «che la strage dell’Italicus è ascrivibile ad una organizzazione terroristica di ispirazione neofascista o neonazista operante in Toscana; che la Loggia P2 svolse opera di istigazione agli attentati e di finanziamento nei confronti dei gruppi della destra extraparlamentare toscana; che la Loggia P2 è quindi gravemente coinvolta nella strage dell’Italicus e può ritenersene anzi addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale». 

I processi seguiti alla strage non hanno consentito di identificare alcun colpevole in via definitiva. Gli imputati, Mario Tuti, Piero Melentacchi e Luciano Franci, appartenenti al movimento neofascista Fronte Nazionale Rivoluzionario, furono dapprima assolti per insufficienza di prove, poi condannati in grado di appello e, infine, definitivamente assolti nel 1993. La Corte di Cassazione, pur confermando le assoluzioni, scrisse nella sentenza che l’area alla quale poteva essere fatta risalire la matrice degli attentati era «da identificare in quella di gruppi eversivi della destra neofascista».

La strage dell’Italicus seguì uno schema che era già all’opera e che venne poi replicato. Ci fu un legame tra manovalanza neofascista e P2; ci furono depistaggi con il coinvolgimento dei servizi segreti italiani; ci fu l’apposizione del segreto di Stato da parte di due Presidenti del Consiglio (Spadolini nel 1982 e Craxi nel 1986) di fronte alle richieste di documenti da parte della magistratura; la strage fu preceduta (come quella di piazza Fontana) da una serie di attentati sulle linee ferroviarie (29 gennaio Silvi Marina, nei pressi di Pescara; 9 febbraio treno Taranto-Siracusa; 21 aprile Vaiano, provincia di Pisa); ci fu l’interesse del MSI a indirizzare l’attenzione verso la sinistra.

Giorgio Almirante il giorno dopo della strage dichiarò alla Camera: «Siamo stati in grado di comunicare il mattino del 17 luglio al dottor Santillo che un attentato era in via di preparazione alla stazione Tiburtina. L’informazione era inesatta solo per un particolare di notevole importanza, perché si parlava del Palatino, il treno Roma-Parigi, e non dell’Italicus. Io fui in condizioni di mandare un biglietto al dottor Santillo e di farlo seguire da una telefonata. Gli mandai un biglietto nel quale erano indicati i nomi dei presunti organizzatori dell’attentato. So per certo che quei tre indiziati o presunti indiziati o presunti colpevoli o presunti organizzatori appartengono a gruppi extraparlamentari di sinistra operanti in Roma e più esattamente all’Università di Roma». E concludeva chiedendo: «siano sciolte tutte le organizzazioni extraparlamentari, siano abolite le norme lassiste e permissive, sia introdotta la pena di morte».

Nella stessa seduta Sandro Pertini, non ancora Presidente della Repubblica ma Presidente della Camera, pronunciava ben altre parole:

«Onorevoli colleghi, ancora una volta ci raccogliamo e pieghiamo commossi e sdegnati sulle vittime innocenti e le enormi sofferenze causate da una nuova efferata e cinica strage. Vittime innocenti e ignare sono cadute stroncate dall’attuazione di un lucido disegno che, da piazza Fontana a Milano a piazza della Loggia a Brescia, sul treno a San Benedetto in Val di Sambro rivela gli obiettivi di un’unica strategia: utilizzare la tensione, il terrore e la strage per sovvertire con la violenza le istituzioni della nostra Repubblica democratica e antifascista. Con animo ferito e profondamente commosso esprimiamo, a nome del popolo italiano che qui rappresentiamo, il nostro intimo cordoglio ai parenti delle vittime innocenti e la nostra piena, umana, affettuosa solidarietà ai feriti e ai loro congiunti così duramente colpiti da questa infame tragedia. Ma commozione, esecrazione e sdegno rimarrebbero sterili e vuote parole se non fossero seguiti dall’impegno operante di stroncare e chiudere definitivamente questa inumana catena di orrendi delitti. Occorrono azioni decisive e risolutive contro chi è mosso da un odio tanto tenace: l’odio per la democrazia e la pace sociale, l’odio per le nostre libere istituzioni che rappresentano il popolo e quindi l’odio verso il nostro popolo stesso, che tante prove ha saputo dare e dà di civile convivenza, di democratica unità, di profonda, unitaria coscienza antifascista. Contro tali nemici della Costituzione e del nostro popolo lo Stato deve saper mobilitare tutte le sue strutture per agire inflessibilmente e senza ritardi. La pietà per le vittime non può seriamente esprimersi che nell’operante impegno di tutti che sarà fatta piena giustizia colpendo inflessibilmente esecutori, mandanti e finanziatori ovunque si trovino o si annidino. Vogliamo e dobbiamo assolvere le nostre responsabilità e il nostro impegno politico con lo stesso spirito che animò la lotta partigiana e la Resistenza, per riscattare di fronte alle nostre coscienze e di fronte al mondo intero l’onore e la dignità civile e democratica del nostro popolo e della nostra nazione dalla dittatura fascista».

Lo stesso giorno in una cabina telefonica di Bologna Ordine nero, una sigla terroristica neofascista, faceva ritrovare un volantino di rivendicazione della strage: «Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l’autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti».

Come Ravenna in Comune ha scritto il 2 agosto scorso: «Il fascismo non alligna solo tra i nostalgici di un ventennio lontano. Il fascismo scava nel razzismo di tutti i giorni, nella repressione di chi si oppone all’autoritarismo di Istituzioni al servizio dei padroni, nell’apologia della militarizzazione del Paese e in tante altre espressioni di un’ideologia incompatibile con la Repubblica sorta dalla Resistenza. La Resistenza oggi è difendere i valori incardinati nella Costituzione, quella Costituzione che i fascisti, a qualunque partito dichiarino di appartenere, cercano di demolire fin dal giorno dopo della sua approvazione. Con tutti i mezzi. Le stragi, compresa quella di Bologna, sono state uno di questi mezzi. Ora ci provano con altri strumenti. Ma l’obiettivo di azzerare la nostra Costituzione è lo stesso. La difesa della Costituzione si fonda, anche, su questa comprensione».

Anche se oggi non si riempiono più le piazze, lo ribadiamo nel 51° anniversario della strage dell’Italicus. Ora e sempre Resistenza.

#RavennainComune #Ravenna #Italicus

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Il precedente dell’Italicus nel gorgo dei depistaggi

Fonte: il manifesto del 2 agosto 2024

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