
Leggiamo che i vannacciani, come comunemente chiamati coloro che vanno in brodo di giuggiole per un certo generale, hanno presentato un loro programma pieno di utili e interessanti proposte di immediata applicabilità. Ad esempio:
- “la sfida della libertà: scegliere adesso per che cosa vivere e morire”;
- “il principio economico di San Paolo: chi non vuol lavorare neppure mangi”;
- “una politica estera realista e patriottica. Qui è nato l’Impero Romano, qui il Mediterraneo fu unito sotto la nostra civiltà, qui gli Imperatori del Sacro Romano Impero sono stati incoronati per difendere la cara vecchia Europa, gloria della storia umana”…
Alla luce di un programma di tale levatura non stupisce che il capitolo più lungo e profondo porti il titolo di “Assimilazione e Remigrazione”. Non possiamo dedicare tutto il tempo che merita una così appassionata meditazione. 20 anni di residenza per avanzare una domanda di cittadinanza ci pare perfino poco. Ed è più che comprensibile la preoccupazione avanzata per l’invasione longobarda (“L’invasione più impattante della storia italiana”) che negli ultimi anni è stata effettivamente sin troppo trascurata dal legislatore.
Rinviamo dunque ad un’approfondita lettura e meditazione un testo che si propone “di fornire i principi valoriali di fondo e le strategie di Governo per i più importanti campi dell’emergenza nazionale” per conquistare “un futuro all’altezza della nostra storia e dell’anelito ad affrontare con ardore, virtù e sacrificio le sfide posteci dinnanzi dall’ora presente”. A partire dall’annoso problema dei Longobardi…
Qui dobbiamo confessare la nostra limitatezza e soffermarci su un unico passaggio per poter offrire anche da parte nostra un misero contributo a “che il sonno – e il sogno – diventino finalmente l’alba di una nuova avventura”. Ci sembra infatti bellissimo che, finalmente, un movimento politico si sia preoccupato di indicare i fondamenti della cittadinanza italiana: “accettazione e avvenuta assimilazione alla civiltà greca, romana e cristiana, che sono i grandi retroterra dell’identità italiana ed europea e non riguardano i fenomeni storici e politici degli ultimi secoli su cui gli stessi italiani hanno chiaramente ricca varietà di storie e posizioni”. Come preoccuparsi delle regole per la cittadinanza, infatti, se non si sa nemmeno cosa questa sia? Non siamo però del tutto convinte e convinti della soluzione adottata per dimostrare tale assimilazione, ossia la sottoscrizione di una semplice “dichiarazione formale”. Tutto qui? Basterebbe dunque una sola firmetta sotto una modulistica, magari precompilata? Come può essere sufficiente a tutelare i sacri confini da “culture incompatibili con i valori fondamentali della nostra civiltà, ritenute una minaccia sia per la sicurezza che per l’identità del Paese”?
Il principio continuamente, giustamente e opportunamente più volte ribadito è quello che l’Italia è “centro della romanità”, dove “si incontrano e si fondano il meglio della civiltà naturale (diritto romano e filosofia greca)”, che “ha trovato nel diritto romano il linguaggio naturale della propria giuridicità”. Dunque non a una fredda modulistica burocratica ma ai fondamenti stessi del diritto romano e dello spirito greco dovrà sottomettersi lo straniero. Infatti “Le civiltà solide non progrediscono per sommatoria o mescolanza con le altre, ma per capacità assimilativa”.
E il diritto romano in questo è molto chiaro sin da Decio Imperatore. Una figura gloriosa della romanità a cui Vannacci si è sicuramente ispirato, in quanto appartenente a quella schiatta di imperatori militari pieni di energia, che fecero politica di restaurazione in grande stile. Egli voleva dare all’impero, che quasi andava in rovina per la invadenza soffocante degli stranieri, maggiore forza di resistenza contro i nemici esterni ed interni, e voleva così riportarlo allo splendore di un tempo. Per fare ciò nell’ottobre del 249, l’indomani della sua vittoria e della sua proclamazione ad imperatore da parte delle legioni che aveva comandato, Gaio Messio Quinto Decio promulgò l’editto più opportuno per allora e ancor per oggi.
In esso si sanciva il naturale obbligo di sacrificare agli dèi della nostra grande tradizione greco-romana. Riproduciamo di seguito il facsimile della dichiarazione, non burocratica ma pervasa da autentico fervore, dopo il rituale sacrificio, davanti a testimoni degni di fede, come tramandataci dalle fonti: “”Io, sempre, senza interruzione sacrificai agli dèi e adesso alla vostra presenza, in conformità a quanto prescrive l’editto, ho fatto un sacrificio della carne della vittima sacrificata”. A chi si fosse rifiutato, l’editto applicava il reato di empietà con sgradevoli conseguenze. Un aggiornamento naturale richiederebbe che venisse negata la cittadinanza. Ovviamente, nel rispetto dell’editto originale, non ai soli stranieri andrebbe applicato ma a tutti i residenti in Italia, pena la revoca della cittadinanza. Ci libereremmo in questo modo di tante e tanti, certo troppi, Italiane e Italiani per sbaglio, che rappresentano “una minaccia all’esistenza di una identità sociale e alla possibilità di fare opera comune”. Trattandosi di sacrifici animali, tra l’altro, in questo modo toglieremmo di mezzo anche vegani e vegetariani, che rappresentano la più seria offesa al “made in Italy” dopo il kebab ed il couscous. Oltre che di quei noiosi cristiani, naturalmente.
Ravenna in Comune confida, con la proposta di reintrodurre l’editto di Decio, di aver contribuito validamente alla futura vittoria della causa. Come dice il generale, “Il tempo delle politiche ideologizzate è finito: è il tempo della sovranità, della diversificazione e del pragmatismo”.
Viva viva la civiltà naturale greco-romana. Viva viva Augusto Roberto Vannaccio imperatore!
#RavennainComune #Vannacci
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Quote azzurre e “patriarcato mediterraneo”, il programma di Futuro Nazionale accende le polemiche
Fonte: Ansa dell’11 agosto 2026
