SPARTACO: NON FERMARSI AL RIMPIANTO

Il Centro Sociale Autogestito per l’Antifascismo CSA Spartaco esiste da quasi un quarto di secolo. Bisogna però usare il verbo al passato: non più. Un comunicato del 17 giugno 2026 ha formalizzato «pubblicamente e definitivamente la conclusione di Spartaco, sia come spazio fisico che come spazio assembleare». La sua nascita era stata favorita a suo tempo da una favorevole congiunzione astrale in cui un’Amministrazione Comunale ne aveva promosso l’avvio come spazio aggregativo giovanile. Si è trattato di qualcosa di differente rispetto a molti altri centri sociali autogestiti, visto che l’immobile in Via Chiavica Romea in cui si è sviluppato il progetto non è stato occupato, ma utilizzato in base ad una convenzione con l’Amministrazione Comunale. Negli anni lo Spartaco è stato molte belle cose, ha prodotto tante vitalissime occasioni di stare assieme, ha consentito lo sviluppo di molteplici iniziative, ha solidarizzato con le lotte di tante realtà locali e internazionali e ha felicemente attraversato la vita di molte persone, giovani e non più tali. Presto, però, analogamente ai centri sociali occupati, ha conosciuto la necessità di resistere ad una sempre più pressante volontà di chiudere l’esperienza. Da parte del centrodestra che ne ha fatto un bersaglio. Ma anche il centrosinistra si è presto allineato e praticamente ad ogni cambio di Giunta gli attacchi sono venuti anche da quella parte.

Ravenna in Comune, da quando è sorta (ormai 11 anni fa), ha sempre solidarizzato con lo Spartaco e cercato di aiutare la sua resistenza. Sia da dentro il Consiglio Comunale, quando abbiamo portato dentro il palazzo la nostra prima consigliera comunale, quella stessa Raffaella Sutter che, come dirigente comunale, aveva fortemente voluto e ottenuto l’esperienza dello Spartaco. Abbiamo continuato a farlo sul territorio e nei media negli ultimi cinque anni da che siamo fuori dal Consiglio.

Ora che, come detto, l’esperienza dello Spartaco, almeno in quella forma, è terminata, immaginiamo facilmente la soddisfazione di chi per lungo tempo ha lavorato per rendere l’immobile di Via Chiavica Romea uno dei tanti luoghi di proprietà pubblica in stato di degrado e abbandono. Sono gli stessi per cui uno spazio aggregativo al di fuori delle logiche di controllo e di mercato è inconcepibile. Centrodestra e centrosinistra poco cambia al di là di certe sfumature comunicative.

Ravenna in Comune, altrettanto ovviamente, non partecipa alla soddisfazione dei guastatori. Riteniamo indispensabile che la fase attuale, invece di limitarsi alla celebrazione del passato, sia di stimolo a dar vita a nuove occasioni aggregative, anche in forme diverse da quelle sperimentate. Non abbiamo fiducia nell’attuale Amministrazione Comunale ma questo dovrebbe rappresentare un obiettivo anche per la maggioranza che sostiene il sindaco Barattoni e la stessa Giunta. Se quella per lo Spartaco è stata una lotta, valeva la pena parteciparvi ma, soprattutto, non ci si può fermare al rimpianto.

Per la vicinanza che abbiamo sempre sentito nei confronti dello Spartaco, ne rilanciamo il comunicato di mercoledì scorso:

«Il seguente comunicato vuole formalizzare pubblicamente e definitivamente la conclusione di Spartaco, sia come spazio fisico che come spazio assembleare. Una scelta non facile, ma necessaria, presa recentemente e motivata da una serie di fattori che negli ultimi mesi (se non anni) si sono sommati e moltiplicati. Cercare di restituire la complessità che si nasconde dietro quasi 30 anni di esperienza politica in un solo comunicato è sicuramente impossibile, compito che deleghiamo alla memoria e al pensiero critico di tutte le persone e realtà che lo hanno attraversato e vi hanno partecipato. Ci è sembrato tuttavia importante condividere alcune riflessioni emerse nell’ultimo periodo di assemblea, per fare sì che un evento di questa portata possa almeno insegnarci qualcosa e possa stimolare un dibattito quanto più lucido possibile per il periodo che viene. Non ci interessa per questo affrontare la questione con tono drammatico, ma con la massima onestà possibile e la dovuta autocritica.

La fine del CSA Spartaco può essere letta su almeno due scale: il contesto nazionale e quello locale. Lo sfratto di Spartaco non è infatti un caso isolato, negli ultimi anni è evidente come sia cominciata la più grande stretta repressiva sui centri sociali nella loro storia. Di questi spazi, da decenni pilastri della controcultura e dei movimenti politici, negli ultimi anni ne vengono chiusi molti più di quanti ne nascano. Che ci sia un piano governativo per soffocare queste esperienze è tanto chiaro quanto insufficiente per comprendere questa crisi, lo stato d’altronde non ha altri obbiettivi se non quello del controllo e quindi di smantellare qualsiasi esperimento di autonomia di pensiero. Se non fossimo convintx di questo non ci saremmo trovati a condividere uno spazio che fa dell’autogestione il proprio pilastro.

Non ci indigna e non ci sorprende quindi che amministrazione, giunta e questura abbiano approfittato congiuntamente di un momento di instabilità interno per dare il colpo decisivo allo spazio. Non ci interessa nemmeno fare particolari distinguo tra i politicanti che hanno messo in scena questa manovra, a prescindere dal ruolo che hanno avuto e dal loro colore politico. Dai rappresentanti della destra più populista al benpensante PD dal volto umano, tutti si sono resi complici alla stessa maniera dello sfratto di Spartaco. Il potere, anche in questa scala locale, si è dimostrato capace ancora una volta di compattarsi di fronte alla volontà di schiacciare una presenza scomoda perché indipendente.

Spartaco nella sua storia si è caratterizzato per rapidi e frequenti cambi di gestione, che hanno colorato di anno in anno uno spettro politico variegato e stimolante, non permettendo d’altra parte di consolidare un’identità interna duratura e quindi una progettualità a lungo termine. Negli ultimi anni di gestione in particolare, la mancanza di una prospettiva politica è finita per sedimentare, lasciando adito ad un approccio che vedeva l’autoconservazione come unico obbiettivo dello spazio. Succede quindi che durante una delle cicliche fasi di ricambio gestionale, lo spazio e rimasto schiacciato da una parte dalle sue fragilità strutturali e organizzative, che hanno portato a ripetuti incendi nell’arco di pochi mesi, e dall’altra da una gogna mediatica portata avanti dai paladini dell’ordine pubblico, nel tentativo di dipingere questo come fucina di degrado e criminalità. Problemi non nuovi a spazi di questo tipo, ma che entrati in sinergia con la mancanza di presenza costante hanno determinato un’incapacità di risposta tempestiva.

I centri sociali sono finiti a rappresentare, nel loro piccolo e anche solo simbolicamente, la possibilità di mondi alternativi nei contesti urbani contemporanei. Sono stati oasi di speranza nel deserto metropolitano contemporaneo, piattaforme di sperimentazione e rilancio delle lotte. La loro esistenza ha continuato a dimostrare che, a prescindere dallo schifo del sistema che ci circonda, ci fosse ancora qualcosa per cui combattere e resistere. I centri sociali dimostravano che era ancora possibile sperare in un mondo di solidarietà, inclusività, autogestione, giustizia e democrazia diretta. La loro sconfitta tende ad assumere quindi la dimensione di una sconfitta generale, che preoccupa perché lascia spazio a quegli scenari di distopia che dalla letteratura si concretizza come futuro prossimo. Questa lettura, emotivamente comprensibile, ci sembra tuttavia sbagliata.

Lasciarci andare alla commiserazione e alla paura è sbagliato perché questi scenari non tengono conto di un fattore fondamentale: la variabile umana, che con ogni sua contraddizione è sempre riuscita a definire la storia tanto quanto la disumanizzazione del potere politico. Nel nostro contesto abbiamo infatti visto come la crisi dei centri sociali abbia coinciso temporalmente con l’emersione di una stagione di lotta senza precedenti, nata dalla solidarietà con il popolo palestinese. L’umano rifiuto alla guerra e al genocidio ha portato, dopo anni di pacificazione e performatività di piazza, milioni di persone a manifestare e combattere radicalmente, oltre che fisicamente, la macchina genocida e coloniale. L’incanto della pace sociale sembra essersi spezzato, mettendo a nudo le responsabilità storiche e politiche degli stati occidentali nel collasso globale e spingendo i popoli a prendere una posiziona riguardo.

Anche in una città periferica e provinciale come Ravenna, dove le tradizioni militanti sembravano essersi perse tempo fa, abbiamo visto esplodere una potenza politica incredibile. Cortei oceanici hanno bloccato ripetutamente la città, manifestazioni non autorizzate lunghe e rumorose hanno attraversato la notte, sono stati sfondati cordoni di polizia pur di raggiungere obbiettivi sensibili, il porto è stato bloccato per oltre cinque ore nel tentativo (riuscito) di impedire un transito di armi destinato ad Israele. Sono cose che non si vedono tutti i giorni. Noi questi momenti li abbiamo attraversati, anche se fuori da dinamiche di rappresentanza e visibilità politica, la loro forza ci ha riempito di gioia e speranza.

In questo più ampio sguardo la crisi dei centri sociali perde la sua drammaticità, e si inserisce piuttosto in una naturale riorganizzazione generale delle mobilitazioni dal basso. Se fino a qualche anno fa era all’interno dei centri sociali che la politica militante si rigenerava, oggi non è più così. La generazione politica emergente di questi spazi non ne ha visto che gli ultimi strascichi, la sua gavetta si è consumata piuttosto in queste recenti stagioni di lotta, che hanno fatto del “bloccare tutto” la propria ragione. E a partire da questa consapevolezza che il movimento deve fare i conti con le sfide che il futuro pone sul piatto, un futuro sempre più palesemente vincolato ad uno stato di guerra permanente, diffuso, capillare. È a partire da queste considerazioni che, dal nostro modesto punto di vista, bisognerà immaginarsi nuove forme di auto-organizzazione antifascista, anticapitalista, antipatriarcale e antirazzista. La nostra proposta non è la celebrazione funerea di ciò che è stato, ma la messa in discussione di ciò che sarà».

[L’immagine è quella che accompagna il comunicato del CSA Spartaco del 17 giugno scorso]

#Ravenna #RavennainComune #Spartaco

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A PRESTO

Fonte: CSA SPARTACO del 17 giugno 2026

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