
Lo scorso anno l’Associazione Italiana Editori, che organizza la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria, ha dovuto prendere atto di un importante boicottaggio motivato dalla presenza tra gli espositori di un editore di pubblicazioni fascistoidi e nazisteggianti. Per evitare che in uno spazio pubblico (la fiera si tiene a dicembre nel centro congressi di Roma di proprietà pubblica) si ripetano episodi di promozione dell’ideologia fascista, l’organizzazione ha richiesto di sottoscrivere di «riconoscere e condividere i valori antifascisti alla base dell’ordinamento democratico della Costituzione italiana». Si tratta di una esplicitazione dei principi già contenuti nel regolamento generale della manifestazione da formalizzare al momento della richiesta degli spazi per anticipare le eventuali volontà di violarli da parte degli espositori.
La Presidente del Consiglio, con destra al seguito, si è messa a sbraitare ai quattro venti: «La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra. Si chiama, banalmente, censura». Non si chiama censura, invece, perché il fascismo in Italia non è una delle tante possibili “idee non di sinistra”. Le idee di destra sono ampiamente diffuse su carta stampata, televisione, radio e sul web. come straparla Meloni. Semmai sono le idee di sinistra (che nulla hanno a che vedere con il centrosinistra) a trovare difficile diffusione. Il fascismo, invece, è una specifica ideologia legata ad una feroce dittatura che è stata causa del periodo più nero (in tutti i sensi) del nostro Paese nel secolo scorso. Chi «esalta esponenti, principii, fatti o metodi del fascismo oppure le finalità antidemocratiche proprie del partito fascista» commette un reato. Lo hanno disposto le Leggi Scelba-Mancino in attuazione della Costituzione. Il fatto che la Presidente del Consiglio sia iscritta ad un partito che conserva nel simbolo il ricordo del neofascismo da cui trae origini, spiega molte cose ma, certo, non le giustifica.
Nel nostro territorio, grazie a Ravenna in Comune, si evita da tempo il rischio che spazi pubblici siano utilizzati per la diffusione del fascismo. L’8 novembre 2018, su nostra iniziativa, il Consiglio Comunale approvava la necessità di un’esplicitazione analoga a quella di cui si parla oggi per l’ottenimento di sale pubbliche nel nostro Comune. Da allora è indispensabile sottoscrivere di «assicurare il rispetto della XII Disposizione transitoria e finale della Costituzione della Repubblica Italiana, che al primo comma, stabilisce: “È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista». Nessuna censura. Quella la imponevano i fascisti con la violenza. Sono sparsi per Ravenna lapidi e monumenti dedicati dalla Repubblica antifascista alle assassinate e agli assassinati dai fascisti proprio in quanto antifascisti. La Repubblica Italiana è e vuole restare libera. Per salvaguardare la libertà di tutte e tutti, fascisti compresi, la Costituzione impedisce di fare propaganda alla dittatura.
Il fascismo non è un pensiero. È un reato.
Ora e sempre, Resistenza.
[nell’immagine: i fascisti a Ravenna nel 1921]
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Fonte: ANSA del 14 giugno 2026
