PER UNA GIUSTA PACE IN PALESTINA

Ravenna in Comune aderisce a tutte le manifestazioni di protesta e di pressione per una giusta pace in Palestina. Saremo pertanto anche noi al Presidio che oggi pomeriggio dalle ore 17 si svolgerà in Piazza Kennedy a Ravenna. Crediamo infatti che sia della massima importanza rafforzare la mobilitazione popolare per pretendere che, finalmente, sia data una equa soluzione al cosiddetto “problema palestinese”. Questo consiste in un vero e proprio apartheid a cui la popolazione palestinese è costretta e che, a sua volta, ha prodotto una radicalizzazione del conflitto che “fa il gioco” di chi lucra sulla sua mancata soluzione. Di seguito proponiamo alcune delle voci che, nell’indifferenza dei media, cercano di far sentire anche la posizione palestinese.

#RavennainComune #Ravenna #Palestina #pace

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Su tutti i giornali e TV solo la parola degli israeliani.

Facciamo Parlare altri 

 


Moni Ovadia

(Politica Israele infame e senza pari strumentalizza shoah, Adnkronos 11/05/2021)

“La politica di questo governo israeliano è il peggio del peggio. Non ha giustificazioni, è infame e senza pari. Vogliono cacciare i palestinesi da Gerusalemme est, ci provano in tutti i modi e con ogni sorta di trucco, di arbitrio, di manipolazione della legge. E’ una vessazione ininterrotta che ogni tanto fa esplodere la protesta dei palestinesi, che sono soverchiamente le vittime, perché poi muoiono loro, vengono massacrati loro”. “La politica di Israele è segregazionista, razzista, colonialista. E la comunità internazionale è di una parzialità ripugnante. Tranne qualche rara eccezione, paesi come la Svezia e qualche paese sudamericano, non si ha lo sguardo per vedere che la condizione e del popolo palestinese è quella del popolo più solo, più abbandonato che ci sia sulla terra perché tutti cedono al ricatto della strumentalizzazione infame della shoah”. “Tutto questo con lo sterminio degli ebrei non c’entra niente, è pura strumentalizzazione. Oggi Israele è uno stato potentissimo, armatissimo, che ha per alleati i paesi più potenti della terra e che appena fa una piccola protesta tutti i Paesi si prostrano, a partire dalla Germania con i suoi terrificanti sensi di colpa”.

“Io sono ebreo, anch’io vengo da quel popolo Ma la risposta all’orrore dello sterminio invece che quella di cercare la pace, la convivenza, l’accoglienza reciproca, è questa? Dove porta tutto questo? Il popolo palestinese esiste, che piaccia o non piaccia a Netanyahu. C’è una gente che ha diritto ad avere la propria terra e la propria dignità, e i bambini hanno diritto ad avere il loro futuro, e invece sono trattati come nemici”. E sulle reazioni della comunità politica internazionale e in particolare dell’Italia? “Ci sono israeliani coraggiosi che parlano, denunciano. Ma la comunità internazionale no, ad esempio l’Italia si nasconde dietro la sua pavidità, un colpo al cerchio e uno alla botte. Ci dovrebbe essere una posizione ferma, un boicottaggio, a cominciare dalle merci che gli israeliani producono in territori che non sono loro”. “ La pace si fa fra eguali, non è un diktat come vorrebbero gli israeliani”. “ Io non sono sul foglio paga di nessuno, rappresento me stesso e mi batto contro qualsiasi forma di oppressione, è il mio piccolo magistero. Sono con tutti quelli che patiscono soprusi, sopraffazioni e persecuzioni e questo me l’ha insegnato proprio la storia degli ebrei. Io sono molto ebreo, ma non sono per niente sionista”.


Gruppo disarmo pace giustizia nella Società della Cura

Vita terra e libertà 

I diritti fondamentali della popolazione palestinese ci riguardano

Le notizie sempre più drammatiche che giungono da Gerusalemme, Ramallah, Gaza e dall’intera Palestina e Israele, ripropongono a tutte e tutti noi il richiamo ad andare oltre la pur necessaria solidarietà con donne e uomini, bambine e bambini palestinesi, facendo nostro il loro dolore. Già da settimane la volontà israeliana di occupare ulteriori porzioni dei territori palestinesi – come nel caso del quartiere di Sheikh Jarrah – ha spinto a manifestazioni di crescente violenza in cui bande di coloni e di estremisti di destra hanno attraversato Gerusalemme al grido di “morte agli arabi”. I lutti, le umiliazioni, il furto di terra e la cacciata dalle proprie case, lo stravolgimento delle basi essenziali per una vita dignitosa e sicura, aperta al futuro, tutto ciò ci riguarda profondamente come persone che da tempo cercano di contribuire alla costruzione di un mondo che riconosca a tutti/e diritti universali, tra cui quello alla convivenza anche tra diverse/i, ma nella giustizia, che ne è una componente irrinunciabile. Il dolore che proviamo per le vittime palestinesi abbraccia con la stessa convinzione quelle israeliane, come la denuncia della violenza contro i civili, riguarda anche quella di Hamas e di gruppi armati in Gaza. Ma questo non può oscurare la profonda differenza tra le parti, e non solo nella macabra contabilità delle morti e delle devastazioni, decisamente più pesanti quelle a scapito della Palestina. La disparità più pervasiva, è che, occorre sempre ricordarlo, la Palestina è un paese sotto occupazione israeliana militare ed economica da decenni e che da troppo tempo, per troppi governi, per una troppo larga parte della popolazione di Israele, le/i palestinesi non sono persone cui riconoscere uguale dignità umana e uguali diritti di cittadinanza. Basta guardare alla “Legge dello Stato-nazione”, approvata dalla Knesset (il Parlamento israeliano) il 18 luglio 2018, che sancisce uno status di inferiorità dei cittadini/e palestinesi, mentre continua contraddittoriamente a pretendere che Israele sia uno stato “ebraico e democratico”. Se lo stato si proclama ebraico non può essere democratico, perché non si fonda sull’uguaglianza tra tutte/i le/i cittadine/i. Se si dichiara democratico non può essere ebraico, poiché una democrazia non istituisce privilegi sulla base dell’origine etnica. Benché esaltato come “l’unica democrazia del Medio Oriente”, con quella legge e con le sue pratiche Israele sancisce la scelta di essere uno stato di apartheid, come hanno recentemente documentato i rapporti dettagliati della ONG internazionale Human Rights Watch e di quella israeliana B’tselem. Tutto ciò ci riguarda, anche perché vi sono implicati anni di politica estera e militare del governo italiano, connivenze e complicità tra i due paesi, accordi commerciali e militari – il più recente a fine settembre 2020 in contraddizione con la Legge 185/90 che vincola il nostro paese a non vendere armi a paesi in guerra e/o che non rispettino i diritti umani, ciò che sta facendo Israele a danno della Palestina. Né possiamo tacere il pericolo che Israele rappresenta in quanto potenza nucleare che ha accumulato un arsenale nucleare sottratto ad ogni controllo, la cui esistenza, mai ammessa dai governi israeliani, rende impossibile interagire con quel paese sulle prospettive di produzione, uso, smantellamento a livello globale. Pur consapevoli dei nostri limiti come gruppo, per parte nostra ci impegniamo a mantenerci il più possibile a contatto con coloro che in Palestina vivono (o si sforzano di sopravvivere come singole persone e come popolo), prendono iniziative e ci chiamano all’assunzione di responsabilità per 2 contribuire a fare cessare immediatamente le uccisioni e le distruzioni, nella prospettiva di quella con-vivenza ormai diventata ineluttabile tra coloro che abitano quelle terre da anni, da secoli o anche da millenni.

Tra le iniziative realizzabili citiamo:

  • promuovere e condividere manifestazioni volte a chiedere che cessino i bombardamenti e ogni altra azione violenta;
  • dare sostegno all’iniziativa BDS (boicottaggio, disinvestimenti, sanzioni), lanciata da centinaia di ONG palestinesi e ripresa da gruppi di tutto il mondo per chiudere ogni rapporto commerciale con aziende israeliane complici dell’Occupazione di territori palestinesi; 
  • agire a sostegno dei/delle Palestinesi che vogliono vivere nella pienezza dei loro diritti, ma anche con coloro che in Israele denunciano l’insostenibilità della situazione in atto;
  • fare pressioni sulle Istituzioni italiane ed europee perché agiscano per mettere fine, anche con sanzioni, alla politica coloniale di Israele e lo obblighino a rispettare il diritto internazionale. Gruppo disarmo pace giustizia nella Società della Cura, convergenza di associazioni e organizzazioni diverse per affrontare il collasso climatico e l’ingiustizia sociale ripudiando la gerarchia di valori e poteri che governa il mondo

Gruppo disarmo pace giustizia nella Società della Cura, convergenza di associazioni e organizzazioni diverse per affrontare il collasso climatico e l’ingiustizia sociale ripudiando la gerarchia di valori e poteri che governa il mondo


 

Abeer Odeh  (Ambasciatrice della Palestina in Italia):

Dalla parte della vittima

Dalla parte della vittima, non del carnefice Intristisce vedere diversi leader politici italiani mostrare la propria solidarietà a Israele senza spendere una parola sulla sue responsabilità per quello che sta accadendo in questi giorni in quell’area. Chiunque abbia letto i giornali nelle ultime settimane sa che la miccia è stata accesa dalla repressione israeliana durante le celebrazioni del Ramadan, dalla pulizia etnica che Tel Aviv porta avanti a Gerusalemme Est Occupata, e dal boicottaggio delle elezioni palestinesi, derivante dalla proibizione di far votare i cittadini di questa città, la legittima capitale dello Stato di Palestina, dove la violenza e le provocazioni delle forze di occupazione e dei coloni hanno raggiunto livelli mai visti, fino a profanare i luoghi sacri. Per non parlare del silenzio davanti alle continue violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale accertate ripetutamente dall’ONU, e dell’inerte indifferenza di fronte all’occupazione e alle sue conseguenze: l’espandersi delle colonie illegali, la demolizioni delle case palestinesi, le detenzioni arbitrarie, le uccisioni ingiustificate, le condizioni di vita miserabili alle quali sono condannati i palestinesi, l’Apartheid, l’impossibilità di avere un proprio Stato. Insomma, ci saremmo aspettati di vedere questi leader in piazza per chiedere la fine dell’occupazione, non per sostenere un’occupazione illegale. Manca poi qualsiasi apprezzamento per lo sforzo della leadership palestinese di resistere a tutto questo in modo pacifico. I palestinesi uccisi dagli ultimi bombardamenti israeliani su Gaza sono ad oggi 83. 17 erano bambini e 7 donne. I feriti 487. Si tratta di un’aggressione militare che traumatizza ulteriormente una popolazione già bersagliata, fatta di 2 milioni di persone che vivono da 14 anni sotto assedio, separati dal resto del mondo e vulnerabili alla macchina da guerra della potenza occupante, senza la protezione internazionale di cui hanno disperato bisogno e che il diritto internazionale umanitario conferisce loro. Appare evidente come non possa esserci alcuna giustificazione per simili attacchi indiscriminati contro una popolazione civile; eppure, nemmeno questo, per molti, merita un commento. Resta il fatto che non ci sarà mai pace senza giustizia, e senza un deciso appoggio internazionale al popolo palestinese e alle sue legittime rivendicazioni. Se il sostegno internazionale non arriva, è comprensibile che un popolo oppresso provi ad esercitare il proprio diritto all’autodifesa. Ma la speranza è che questo aiuto arrivi. Per questo ringraziamo di cuore tutte le associazioni, i movimenti e le forze politiche italiane che, in controtendenza, hanno scelto di stare dalla parte giusta, mostrando a noi palestinesi, alle vittime anziché ai carnefici, una vicinanza davvero preziosa in un momento così drammatico.

Abeer Odeh


 

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