A UN ANNO DA BEIRUT COSA SI E’ FATTO PER RIDURRE IL RISCHIO DI DISASTRI INDUSTRIALI A RAVENNA?

Il 4 agosto di un anno fa un’enorme esplosione nel porto di Beirut devastava la capitale libanese. Gli effetti della detonazione di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio si sono sentiti fino a 20 chilometri di distanza: 218 i morti, oltre 7.000 i feriti e in 300.000 sono stati costretti ad abbandonare la propria abitazione.

Nell’estate di 65 anni fa iniziavano a Ravenna i lavori per la costruzione del petrolchimico: una rivoluzione ambientale ed economica per un territorio a vocazione agricola. L’inaugurazione si tenne nell’aprile del 1958. Due anni dopo l’ANIC entrò in funzione nella sua totalità. Sin da allora il nitrato d’ammonio costituisce uno dei prodotti storici dell’impianto con una banchina dedicata che si affaccia sul canale portuale. A gestirli è ora una multinazionale norvegese, Yara.

Nonostante ciò, subito dopo gli eventi di Beirut Rossi, presidente dell’Ente Porto di Ravenna, escluse categoricamente la presenza di nitrato d’ammonio nel porto di Ravenna, dichiarando: «Da quanto mi risulta non ci sono depositi di nitrato di ammonio nei porti italiani» (il Sole 24Ore del 7 agosto 2021). Vista la produzione di Yara chiedemmo immediatamente al Sindaco di riferire con urgenza circa l’inserimento o meno di Yara (o altri che trattassero tale prodotto entro il territorio di Ravenna) tra i siti soggetti ai controlli della “Seveso” e, in caso positivo, puntuale informativa circa le ispezioni che avrebbero dovuto essere svolte come disposto dalla stessa “Seveso” (art. 27). La legge Seveso, per chi ha la fortuna di non ricordarselo, ha preso il nome dal disastro della Icmesa. Nel luglio 1976 ci fu la fuoriuscita e la dispersione di una nube di diossina TCDD, una sostanza artificiale fra le più tossiche, dallo stabilimento lombardo. Il veleno investì una vasta area di terreni dei comuni limitrofi della bassa Brianza, particolarmente quello di Seveso. Da allora furono emanate disposizioni stringenti attraverso l’emanazione di una direttiva europea 82/501/CEE nota, appunto, come direttiva Seveso per evitare in futuro incidenti rilevanti di tipo industriale. L’attuale normativa italiana è costituita dal Decreto Legislativo 26 giugno 2015, n. 105.

Il Sindaco, neanche a dirlo, non ha mai risposto alle nostre domande. Qualche rassicurazione è venuta dall’assessore Cameliani, ma il Sindaco non ha mai ritenuto che per il rischio “Beirut” valesse la pena di spendere direttamente due parole. Rispose invece Yara anch’essa per rassicurare circa il rispetto della normativa dopo che lo stesso Rossi aveva precisato che, in precedenza, aveva escluso la presenza in porto del nitrato d’ammonio perché i depositi non avvenivano direttamente su banchina. D’altra parte, nessun deposito di qualunque merceologia a Ravenna avviene su banchina demaniale ma tutti sulle aree private immediatamente retrostanti. Per il nitrato d’ammonio, dunque, ci si comporta allo stesso modo.

Come spiegammo un anno fa, dal censimento degli stabilimenti a rischio di incidente rilevante realizzata da ARPAE risultano 82 stabilimenti di questo tipo in Emilia-Romagna: 30 in “soglia inferiore” e 52 in “soglia superiore”. A Ravenna (provincia) è situato il 41% di tutti gli impianti a rischio della Regione (34). La provincia che viene “in classifica” dopo Ravenna per quantità è quella di Bologna (16). In nessun altro territorio si superano le 10 unità. A Ravenna la percentuale di concentramento del rischio è addirittura pari alla metà di quanto insiste nell’intera Regione se si fa riferimento ai soli impianti di maggior rischio (“soglia superiore”). In questo caso su 52 stabilimenti emiliano-romagnoli, quelli ravennati sono ben 26: nella nostra provincia è concentrato il 5% di tutti gli stabilimenti italiani di questo tipo. Gli stabilimenti nel Comune sono in tutto 25 di cui solo 2 “sotto soglia” e, salvo qualche rara eccezione, per lo più concentrati tra porto e petrolchimico.

Nel nostro programma dal 2016 c’è l’implementazione della sicurezza del nostro territorio attraverso un’azione amministrativa che conduca progressivamente a privilegiare le produzioni sostenibili riconvertendo quelle maggiormente pericolose per l’uomo e per l’ambiente. L’Amministrazione Comunale targata de Pascale, invece, si è contraddistinta per l’indifferenza verso il rischio ambientale. La stessa decisione di consentire la realizzazione di un enorme impianto per lo stoccaggio di GNL a poca distanza dall’abitato (e dalle scuole) di Marina di Ravenna costituisce un esempio lampante delle politiche di PD & soci.

Ravenna in Comune è del tutto contraria a queste politiche. Come scrivevamo un anno fa, «se è vero che il rischio zero non esiste è però opportuno sia fare di tutto per arrivare vicino all’obiettivo che consentire alla collettività di sapere quale sviluppo economico si è scelto per il territorio e quali conseguenze, anche a livello di sicurezza, questo implica». Ad oggi, però, la risposta alla domanda “a un anno da Beirut cosa si è fatto per ridurre il rischio di incidenti industriali a Ravenna?” è una sola: niente!

[nella foto di Lorenzo Tugnoli: il disastro di Beirut]

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