13 MARZO: L’ATTUALITA’ DEI 13 ASSASSINATI DALLA MECNAVI

È il nono anno da quando Ravenna in Comune si è costituita che celebriamo l’anniversario del 13 marzo. E prima di allora ce n’era già stata una lunga serie per arrivare a quel giorno del 1987 in cui si sviluppò la strage nel cantiere Mecnavi di Ravenna. Il rischio, sempre forte nelle celebrazioni annuali, è di perdere di vista ciò che è vivo in una ricorrenza, seppellendolo dietro parole già usate mille altre volte che pian piano diventano suoni senza appigli con la realtà.

Allora il modo migliore di ricordare Filippo Argnani, Marcello Cacciatore, Alessandro Centioni, Gianni Cortini, Massimo Foschi, Marco Gaudenzi, Domenico Lapolla, Mosad Mohamed Abdel Hady, Vincenzo Padua, Onofrio Piegari, Massimo Romeo, Antonio Sansovini e Paolo Seconi, 13 nomi per 13 morti, è denunciare che quanto è accaduto loro si ripete in continuazione. Certo, dopo 37 anni, a Ravenna non potrebbe più accadere esattamente la stessa cosa: non ci sono più cantieri come quello della Mecnavi, migrati altrove. Accade però nelle fabbriche, nei depositi, nei cantieri edili, in tanti altri luoghi di lavoro.

Scrivevamo lo scorso anno: «Gli Arienti, che possedevano la Mecnavi e la dirigevano, hanno “pagato” un conto assai modesto alla Giustizia per quella strage. I padroni di oggi sono “più bravi” a mettere “filtri”, ossia manager, tra loro e quelli che vengono ancora chiamati “incidenti” sul lavoro. Le indagini non arrivano mai a raggiungere chi intasca i profitti a prezzo della vita. Si fermano a manager che, per lo più, non subiranno mai un giorno di carcere anche se (e accade rarissimamente) dovessero infine venire condannati in via definitiva. Più probabile è che resti impigliato nei giudizi un qualche collega delle vittime, condannato sostanzialmente per il solo fatto di essere rimasto vivo dopo la morte dell’altro lavoratore».

Il collegio dei periti incaricato dal Giudice Istruttore del processo Mecnavi gli consegnò una relazione di 252 pagine nella quale veniva descritto un “evento catastrofico” originato dalla convergenza di una serie di cause:

  • contemporaneità di lavori incompatibili con la sicurezza dei lavoratori: si pulivano i doppifondi mentre con la fiamma ossidrica si procedeva al taglio e alla saldatura delle lamiere;
  • indisponibilità dell’impianto antincendio principale: da alcuni giorni tutti sapevano che era fuori uso;
  • mancanza di estintori nei locali della nave in cui si svolgevano i lavori;
  • carenza o inefficienza dell’impianto di aerazione e della rete di illuminazione, normale e d’emergenza;
  • assenza di personale qualificato per identificare e affrontare le emergenze (guardie del fuoco, addetti alla sicurezza del cantiere);
  • assenza di manuali operativi e di procedure formali per operare in sicurezza, nonché di un piano di addestramento del personale;
  • inesperienza e bassa qualificazione di quasi tutto il personale addetto ai lavori (saldatori sprovvisti di patentino, addetti alle pulizie inconsapevoli dei rischi e delle precauzioni necessarie, direttori dei lavori non qualificati);
  • assenza del direttore dei lavori e di supervisori qualificati in prossimità dei locali in cui si innescò l’incendio;
  • assenza di un piano d’emergenza, che prevedesse l’attivazione dell’allarme e dei sistemi antincendio, e la rapida evacuazione del personale lungo agevoli vie di fuga;
  • affollamento degli spazi incompatibile con le dimensioni e l’agibilità dei luoghi;
  • inadeguata capacità di deflusso delle vie di fuga e inesistenza di uscite di sicurezza praticabili in condizioni di emergenza.

Sostennero i periti che «la concomitanza degli elementi sopra citati, se da un lato consentiva certamente di ridurre i tempi e i costi di esecuzione dei lavori, dall’altro rendeva altamente probabile e prevedibile il verificarsi dell’evento catastrofico». Parole che non hanno perso di significato né di attualità in migliaia di altri cosiddetti “incidenti” che incidenti non sono ma, piuttosto, omicidi.

Oggi il Sindaco interviene alla tradizionale cerimonia davanti allo scalone di Palazzo Merlato dove si trova la targa a memoria dell’accaduto. È lo stesso Sindaco che riceve con tutti gli onori i fratelli Marcegaglia, padroni della fabbrica dei mille incidenti lungo il canale, in quello stesso Palazzo Comunale. È lo stesso Sindaco che non ha onorato l’impegno di curare la costituzione di un Osservatorio della Legalità e Sicurezza sul Lavoro, nostra conquista nella scorsa consigliatura, prima dirottato in Prefettura e poi dimenticato tra le scartoffie. È lo stesso Sindaco che non risponde agli appelli accorati di agire per imbrigliare i subappalti almeno nei lavori assegnati dal Comune. È lo stesso Sindaco che ha persino smesso i coccodrilli quando una nuova vittima si aggiunge al lunghissimo elenco di quelle che l’hanno preceduta. Quest’anno abbiamo già raggiunto quota 200 che poi diventa 250 contando i morti i itinere (e perché non contarli del resto? Mica andavano a spasso!).

Ravenna in Comune non sta a metà strada tra padrone e lavoratrici e lavoratori. Stiamo da una parte sola, l’unica possibile per una forza di sinistra. E a testa alta possiamo dire al Sindaco (che appartiene ad un partito che di sinistra non è) che a nulla valgono le commemorazioni per la ricorrenza del 13 marzo 1987, sotto lo scalone di Palazzo Merlato, se dalle istituzioni vengono onorati più i soldi dei padroni delle vite di lavoratrici e lavoratori.

#RavennainComune #Ravenna #Mecnavi #lavori #infortuni #strage

__________________________

37 anni dalla tragedia Mecnavi: tante iniziative per ricordare i 13 operai morti sul lavoro

L’incidente sul lavoro costò la vita a 13 operai il 13 marzo 1987, durante le operazioni di manutenzione straordinaria della nave gassiera Elisabetta Montanari

<

p data-amp=”amp-abstract”>Fonte: Ravenna Today dell’11 marzo 1987

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.