IL NONO SITO UNESCO DI RAVENNA POTREBBE ESSERE LA VENA DEL GESSO

Il nostro è un Comune di pianura. Al massimo, in mezzo alla natura, per sopraelevarsi dalla strada si può risalire, lungo gli argini. Oppure ci vuole una torretta di quelle di avvistamento. Di norma si arriva più in alto in piena città, all’ultimo piano di un palazzo. Anche per questo sentiamo la Vena del Gesso, sempre in provincia ma fuori dai confini comunali, un po’ come se fosse nostra. Dalla valle del Sillaro sino a Brisighella, nella valle del Lamone, le colline romagnole sono solcate da una spettacolare dorsale grigio argentea ben riconoscibile a prima vista, che interrompe bruscamente i profili collinari. L’affioramento, che è il più lungo e imponente rilievo gessoso in Italia, si sviluppa per 25 km e ha una larghezza media di un chilometro e mezzo.

Ebbene Ravenna, la città capoluogo della provincia, conta già ha otto siti Unesco patrimonio dell’Umanità e se venisse accolta la domanda presentata dalla Regione, la Vena del Gesso sarebbe il nostro nono sito. Una situazione senza eguali. Ma, c’è un “ma” grande come una cava. È la cava di Monte Tondo della Saint Gobain che sta distruggendo un patrimonio unico. Nella gigantesca lacerazione di monte Tondo le progressioni dei fronti di scavo e delle gallerie di cava hanno devastato il paesaggio, le grotte e i delicati ambienti gessosi. Però la cava è anche fonte di reddito. Di lavoro. Dal 1958. Insomma, la solita storia, l’eterno ricatto per cui i valori ambientali devono sempre fare i conti con gli interessi economici. Questa distruzione dovrebbe avere termine con l’esaurirsi dell’attuale concessione però la multinazionale ha chiesto di ampliarla.

Domenica tanti manifestanti si sono radunati sul sentiero 705, fra Sasso Letroso e Ca’ della Siepe, il lembo di Vena del Gesso da cui è più visibile la cava di Monte Tondo, proprio dalla parte opposta della vallata, per una catena umana di protesta. Le richieste sono chiare: «Occorre subito un piano di riconversione per l’impianto di lavorazione del gesso di Casola Valsenio, in modo da tutelare il futuro occupazionale della vallata», spiega Massimo Ercolani, alla guida degli speleologi dell’Emilia Romagna. «La politica ha tergiversato per vent’anni, ignorando il problema. Sappiamo che ai ritmi attuali di escavazione sarà possibile estrarre gesso fino al 2032. Il tempo per trovare una soluzione c’è: bisogna mettersi al lavoro, per evitare di aprire un’emorragia occupazionale e per sanare la ferita ambientale inferta a Monte Tondo». Insomma, la possibilità e il tempo per risolvere il problema ci sarebbe. Del resto proprio Massimo Ercolani, per molto tempo segretario sindacale (FILT CGIL proprio a Ravenna, un altro legame del nostro Comune con questa vicenda) è in grado di capire bene le dinamiche padronali, che sempre cercano di mettere l’uno contro l’altro cittadini e lavoratori, per sfruttare tutto quel che si può, fino all’ultimo.

Come Ravenna in Comune, che già ci eravamo occupati del problema un anno fa, siamo solidali con la lotta. E ribadiamo le stesse conclusioni a cui eravamo pervenuti:

“Monte Tondo, con le sue grotte, non deve essere distrutto. Non deve essere consentito l’ampliamento e deve subito essere fissata una data definitiva come termine ultimo dei lavori di estrazione per consentire di programmare la riconversione dell’azienda. È una multinazionale che si occupa di tante cose: non sarebbe certo difficile con un’azione politica seria. Siamo assolutamente solidali con la richiesta della Federazione regionale speleologica che facciamo nostra. Promette Ercolani che «la Federazione intende portarla avanti su tutti i tavoli possibili: in Regione, Provincia, Comuni, Soprintendenza, Arpae, Ente parco». E allora come Ravenna in Comune, per quanto residui nella competenza della Provincia, esigiamo un intervento in tal senso dal Sindaco di Ravenna, che della Provincia è Presidente. Se significa qualcosa quel “cambio di passo” che il Sindaco ha più volte evocato parlando di sostenibilità ambientale, la salvaguardia di Monte Tondo è un passaggio ineludibile”.

[La foto da “La cava nei gessi di Monte Tondo ovvero documenti e immagini di una montagna che non c’è più”, luglio 2020 a cura della Federazione Speleologica Regionale dell’Emilia-Romagna]

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“Salviamo la Vena del Gesso”: oltre cento persone a formare la catena umana contro i nuovi permessi di scavo

Fonte: RavennaWebTv del 21 giugno 2021

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