BALCANI: RAVENNA E LE GUERRE YUGOSLAVE

Di seguito l’intervista rilasciata da Raffaella Sutter, candidata sindaca per Ravenna in Comune alle elezioni amministrative del 2016, a Silvia Manzani. Si parla di un’altra emergenza affrontata a Ravenna negli anni “90 del novecento: l’accoglienza di 400 profughi dalla Yugoslavia in via di dissolvimento.

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BALCANI. Raffaella Sutter era dirigente dei servizi sociali dell’Unità sanitaria
«La città ha forse rimosso quelle vicende, ma è forte il segno che ci hanno lasciato»

«Quegli anni hanno lasciato un segno e portato cambiamenti di cui forse non ci si ricorda spesso, del resto c’è stata una rimozione dei fatti. Mi chiedo che cosa succederebbe oggi, se accogliessimo centinaia di profughi in piena città. Forse si scatenerebbe un’altra guerra».

Raffaella Sutter era dirigente dei servizi sociali per l’Unità sanitaria dei Comuni di Ravenna, Cervia e Russi, quando all’inizio degli anni Novanta i Balcani furono attraversati da un sanguinoso conflitto: «Erano anni già bollenti per Ravenna. Nel ’92 era caduta la giunta Dragoni e c’era stata una grossa crisi prima delle elezioni, nel ’93, di D’Attorre. Erano anche gli anni in cui le unità sanitarie erano diventate aziende. Insomma, mi ritrovai a decidere questioni importanti in un momento nel quale Ravenna, per la prima volta, si trovò a gestire un così forte esodo di profughi. Tra le strutture di Ravenna, Filetto, Coccolia e Cervia, furono circa 400 le persone accolte: «Erano per lo più bosniaci, allora le normative si concentrarono su di loro. Del resto, del 2.700.000 profughi della ex Iugoslavia, sia interni che esterni, il 70% era composto da bosniaci. C’erano anche serbi e croati ma si trattava di numeri molto piccoli».

Per Sutter fu un periodo significativo da tanti punti di vista: «In Italia cambiò l’ottica sui rifugiati, che fino alle normative del ’92 e ’94 erano sempre stati considerati singolarmente, non come gruppo in fuga da qualcosa. Inoltre, era la prima volta che avevamo a che fare con un vero e proprio genocidio. Quel fatti ci fecero riflettere parecchio. Da un lato ci fecero constatare e apprezzare la generosità e solidarietà dei ravennati, curiosi di capire cosa stesse succedendo e disponibili a dare un mano. Dall’altro ci portarono a ragionare sulle politiche di accoglienza: Ravenna fu una delle prime realtà, successivamente, ad aderire allo Sprar».

Personalmente, per Sutter occuparsi dei rifugiati dalla Bosnia fu cosi emotivamente significativo che in seguito arrivarono altre occasioni legate a quei fatti: «Qualche anno dopo fui mandata a Tuzla per conto del Ministero della cooperazione internazionale e lavorai alla supervisione di un progetto sugli orfani di Srebrenica, che il sistema scolastico locale avrebbe inserito nelle scuole speciali anziché in quelle tradizionali. Lavorai anche sul tema degli affidi, testimone del fatto che quelle esperienze avevano dato slancio alla cooperazione. In fondo, anche se pochi Io ricordano, il territorio stesso di Ravenna subì cambiamenti: fu istituita la Camera di commercio italo-bosniaca, la Provincia iniziò a lavorare sulla cooperazione in campo ambientale, la moschea di via Rampina ebbe un forte sviluppo. E infine, anche se i numeri non sono enormi, diverse persone accolte poi rimasero. Peccato che non ci sia troppa memoria, oggi, di allora».

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