RESISTERE RESISTERE RESISTERE!

Abbiamo ascoltato Giuseppi ed ora aspettiamo il DPCM. Questa pandemia ha infilato a forza nell’uso comune un certo lessico specialistico di cui avremmo anche fatto a meno: DPCM – Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri cioè di Giuseppi stesso; distanziamento sociale, cioè il metro e rotti da tenere fra noi e il nostro prossimo entrambi mascherine-dotati; attività produttive essenziali… Ecco, questo come termine non ci è ancora andato giù per il verso giusto. Sono 192.443 le aziende che a ieri (lo riferisce Il Sole 24Ore) hanno presentato ai Prefetti la richiesta di poter continuare a lavorare nella fase 1 poiché funzionali alla filiera delle attività essenziali. Dai dati forniti dalle Prefetture al Viminale emerge che il 55,8% delle richieste è arrivato da tre regioni: Lombardia (23%), Veneto e Emilia Romagna (16,4%), proprio le più colpite dal Covid-19!

E di cosa tratta essenzialmente la fase 2? Della riapertura delle imprese residue nelle stesse tre regioni. Quindi anche la nostra. Dovremmo essere contenti allora? Neanche un po’. Fino ad oggi eravamo in una cosiddetta fase 1 in cui teoricamente non si poteva lavorare e praticamente in molti lavoravano. Stando al Segretario della Camera del Lavoro in provincia di Ravenna circa il 60% delle imprese iscritte alla Camera di Commercio ha continuato la propria attività. Autocertificate. Non così il piccolo commercio. Sanzioni a gogo, invece, per i pochi che nella fase 1 hanno provato ad avvalersi dei diritti costituzionali “provvisoriamente” sospesi. Insomma, che hanno provato a spostarsi oltre il perimetro di casa propria.

E la fase 2? È in vista un “liberi tutti” sul fronte imprese mentre tutte le limitazioni ai servizi (scuole, asili per primi), i costi dei presidi (mascherine e guanti in testa), i trasporti pubblici, peseranno come macigni su chi sarà costretto a tornare al lavoro. E i limiti al movimento per ragioni non lavorative? A tutte quelle cose che rendono la vita degna di essere vissuta? Quelli restano per lo più sospesi. Forse si potrà andare al cimitero! Un po’ per volta…

Nella prima fase, quella dell’emergenza, si è tolto tutto, perfino quello che si sarebbe potuto continuare a fare senza rischi perché non si associasse la condizione di non lavoro a qualcosa che, tutto sommato, poteva avere qualche lato positivo. Covid-19 escluso, naturalmente. Ed ora si intendono mantenere grosso modo le stesse limitazioni, salvo quelle che, appunto, anche prima erano a rischio zero, mentre l’apertura a tutte le attività produttive aumenterà a dismisura i rischi per lavoratrici e lavoratori.

Abbiamo guardato dentro al protocollo di sicurezza per il porto sbandierato da Sindaco e parti sociali come la soluzione di tutti i problemi e non abbiamo trovato ragioni di ottimismo: non crediamo che una nuova ripartizione dei costi per alleggerire la posizione della Compagnia Portuale costituisca una rivoluzione per quanto riguarda la sicurezza di lavoratrici e lavoratori! Chi riuscirà ad imporre a caporali e piccole imprese, il rispetto di questo e dei protocolli nazionali, con gli ispettorati del lavoro ridotti ai minimi termini?

Per quanto ci riguarda, come Ravenna in Comune, continueremo a vigilare. Certo, oggi più che mai, pesa l’assenza di quell’Osservatorio in materia di legalità e sicurezza del lavoro che un voto unanime del Consiglio Comunale, su nostra iniziativa, aveva richiesto al Sindaco di attuare. Resistere resistere resistere!

#MassimoManzoli #RavennaInComune #Ravenna #postCovid19

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Michele de Pascale: “Esteso a tutte le maestranze del Porto di Ravenna il protocollo per la sicurezza dei lavoratori”

Sorgente: protocollo per il porto

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