
Il 29 agosto il Presidente dell’Emilia-Romagna, Michele de Pascale, e il Sindaco di Ravenna, Alessandro Barattoni, hanno firmato congiuntamente una lettera indirizzata al direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, Roberto Alesse. Nella lettera, dopo un’articolata serie di ringraziamenti per non si sa bene cosa, hanno chiesto «alla sede centrale di fornire direttamente i dati quantitativi complessivi dei transiti di armamenti in ogni singolo scalo italiano». Il giorno dopo tutti gli organi di informazione locali hanno riportato la notizia, concludendo così, con la celebrazione dei due rappresentanti istituzionali, il capitolo della richiesta di trasparenza sui traffici di armi nel porto di Ravenna. In un crescendo di intensità, le pressioni rivolte alle Istituzioni perché si schierassero nella lotta per i diritti tra la giornalista d’inchiesta Linda Maggiori, patrocinata dall’avvocato Andrea Maestri, e le stesse Dogane, tutelate dall’Avvocatura dello Stato, erano arrivate sotto lo scalone municipale. Il 27 agosto, infatti, una partecipata manifestazione, a dispetto del caldo agostano e della mattinata lavorativa, aveva supportato la richiesta di incontro tra una delegazione del Coordinamento No armi in porto e lo stesso Sindaco. Il fine? L’ottenimento del supporto del Comune avanti il Consiglio di Stato contro la decisione delle Dogane di negare l’accesso ai dati del traffico d’armi. E prima della lettera era arrivata una intervista del Sindaco il 28 agosto in cui, dopo aver presentato i suoi rispetti all’Avvocatura, dichiarava: «noi come città portuale possiamo interrompere il transito di armamenti verso Paesi in guerra» ma «l’obiettivo non è che qualcosa non avvenga a Ravenna» quanto piuttosto che «le regole devono essere uguali per tutte le città portuali». Anche l’intervista, naturalmente, era stata diffusamente riportata dalle cronache locali.
Tutto è bene quel che finisce bene, dunque? Nemmeno per sogno! Alla letterina a Babbo Natale e all’intervista sul territorio amico del festival di partito, ha infatti fatto seguito un comunicato del 30 agosto del Coordinamento No armi in porto, sottoscritto anche da Ravenna in Comune, in cui si è motivatamente respinta la posizione sin qui assunta da Sindaco e Presidente della Regione e si è nuovamente richiesta la costituzione ad adiuvandum di Comune e Regione nel giudizio avanti al Consiglio di Stato contro l’opacità delle Dogane. Abbiamo puntualmente contestato la scelta «di non intervenire in giudizio per non dover poi fronteggiarne le conseguenze. Quella letterina inviata solo ora che il giudizio è alle battute finali serve solo per far scena: l’intervento in giudizio a fianco di Linda Maggiori e dell’Avv.to Andrea Maestri che la difende avrebbe avuto ben altro peso e significato. Barattoni ha dimostrato nei fatti di disinteressarsi della sicurezza della collettività ravennate per i rischi determinati dalla trasformazione del nostro porto in obiettivo militare. Ed anche della sicurezza dei lavoratori del porto impegnati ogni giorno ad affrontare i pericoli della movimentazione di armamenti senza saperlo».
Riteniamo indispensabile che la collettività riceva una informazione completa e che sia messa a conoscenza del fatto che il capitolo della richiesta di trasparenza sulla guerra a cui starebbe già partecipando l’Italia e il porto di Ravenna non si è chiuso né può chiudersi con la missiva delle Istituzioni alle Dogane. Chiediamo che la cittadinanza sia pertanto compiutamente informata delle critiche formulate nel nostro comunicato e anche delle richieste in esso contenute.
Nel rinviare alla lettura integrale del nostro comunicato (Il Sindaco vuole il porto d’armi, 30 agosto 2026), ribadiamo qui la domanda rivolta all’Istituzione: «fino al 7 settembre potrebbe costituirsi ad adiuvandum. Anche se è una speranza remota potrebbe ancora cambiare idea. Lo farà?».
[nell’immagine: un momento del presidio del 27 agosto sotto le finestre del Sindaco di Ravenna]
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IL SINDACO VUOLE IL PORTO D’ARMI?

Il Sindaco non avanza sostanziali obiezioni sul fatto che si vada in guerra, che il porto di Ravenna sia coinvolto nei traffici d’armi e che le Dogane continuino a negare ogni informazione, a patto che si comportino allo stesso modo in tutti i porti. Il problema, secondo lui, è garantire che non via sia disparità nella libera concorrenza tra i porti dove attraccano le navi che trasportano gli armamenti. Il libero mercato prima di tutto, insomma. E se proprio si deve far conoscere cosa transita per Ravenna, il dato deve essere fornito anche per gli altri porti italiani, così da non danneggiare quella importante fonte di lucro. Quanto alla guerra, non ci sono problemi in sé che ci sia e che il porto di Ravenna vi sia coinvolto: ma, secondo il Sindaco, è fondamentale sapere chi sono le potenze alleate dell’Italia. Proprio così!
I virgolettati sono le dichiarazioni del Sindaco rilasciate durante l’intervista di venerdì sera (L’intervista al Sindaco per la Festa dell’Unità, Corriere Romagna 29 ottobre 2026):
«Ho rispetto del Consiglio di Stato e dell’avvocatura e so bene che la giustizia fa delle valutazioni diverse da quelle politiche, ma credo che non sia giusto accontentarsi del non sapere. Abbiamo il diritto di sapere se l’Italia è in guerra e con chi siamo alleati. Le regole devono essere uguali per tutte le città portuali. Noi come città portuale possiamo interrompere il transito di armamenti verso Paesi in guerra quanto vogliamo, ma il tentativo è vano se poi queste armi partono da un altro porto italiano. Sono convinto, anche se non ci viene comunicato, che da quasi tutti i porti italiani partano armi ed esplosivi. L’obiettivo non è che qualcosa non avvenga a Ravenna, bensì creare insieme alle altre città portuali un osservatorio nazionale per i transiti di armi».
In sintesi, il Sindaco conferma che potrebbe fermare i traffici di armi da Ravenna verso Paesi impegnati in conflitti armati o teatro di violazioni dei diritti internazionali. Del resto, un anno fa, lo dimostrò fermando un container di armamenti in partenza verso Israele. Ma questo danneggerebbe gli affari di chi conduce quei traffici dal nostro porto perché Ravenna perderebbe quel traffico. Ricordiamo che quei traffici sono vietati dalla Legge 185/1990. Il Sindaco in pratica sta dicendo che sa benissimo che l’esportazione di armamenti vietati è un reato ma, anche se potrebbe cercare di fermare l’illecito, non intende farlo per evitare che i trafficanti smettano di usare il porto di Ravenna. Dove però l’uso è a scopo criminale. E ciò indipendentemente dalle conseguenze che questo comporta per i bambini Palestinesi macellati ogni giorno dagli Israeliani anche con le armi di Ravenna.
Dov’è andato a finire il Sindaco che incontrava Francesca Albanese? Dove si è nascosto il Sindaco che dichiarava alle televisioni: «Riteniamo che una città che si è sempre distinta per dialogo interculturale e per capacità di accoglienza – insignita della Medaglia d’Oro al Valore Militare per la Resistenza – abbia doveri verso le popolazioni vittime di massacri come quelle palestinesi della striscia di Gaza»? Dove si è cacciato il Sindaco che pontificava: «Non si può continuare a far finta di non vedere e non sapere che contribuire al massacro di Gaza è disumano. Ogni azione, compresa l’inazione, è un’azione politica»?
Arrivati a questo punto non può bastarci la letterina con cui, assieme a de Pascale, ha chiesto ieri gentilmente in extremis alle Dogane «di fornire direttamente i dati quantitativi complessivi dei transiti di armamenti in ogni singolo scalo italiano» per «evitare il moltiplicarsi delle richieste e la diffusione di dati parziali che, in assenza di elementi di confronto, rischiano di distorcere la percezione del singolo scalo rispetto alle sue vocazioni distintive». Non può bastarci perché gli era stato esplicitamente chiesto di intervenire giudizialmente a fianco di Linda Maggiori per evitare che il Consiglio di Stato ribaltasse la decisione del TAR con conseguenze negative e definitive del diritto di avere quei dati per tutti gli scali italiani. Ma Barattoni ha deciso di non intervenire in giudizio per non dover poi fronteggiarne le conseguenze. Quella letterina inviata solo ora che il giudizio è alle battute finali serve solo per far scena: l’intervento in giudizio a fianco di Linda Maggiori e dell’Avv.to Andrea Maestri che la difende avrebbe avuto ben altro peso e significato. Barattoni ha dimostrato nei fatti di disinteressarsi della sicurezza della collettività ravennate per i rischi determinati dalla trasformazione del nostro porto in obiettivo militare. Ed anche della sicurezza dei lavoratori del porto impegnati ogni giorno ad affrontare i pericoli della movimentazione di armamenti senza saperlo.
Certo che un osservatorio sulle armi nel porto potrebbe mettere a rischio la carriera politica in un partito dove il riarmo non è in discussione. Meglio una letterina a Babbo Natale, dunque…
Il Coordinamento No armi in porto e Ravenna in Comune non dimenticano il tradimento del benessere comune a profitto dell’interesse di pochi. E nemmeno la Città, ne siamo sicure e sicuri, lo dimenticherà. Anche perché la aiuteremo a non dimenticare…
La lotta per un porto commerciale e non militare continua. Ma il Sindaco fino al 7 settembre potrebbe costituirsi ad adiuvandum. Anche se è una speranza remota potrebbe ancora cambiare idea. Lo farà?
Ravenna in Comune e Coordinamento popolare contro i traffici di armi nel porto di Ravenna
[nell’immagine: striscioni al presidio del 27 agosto sotto lo scalone municipale]
