LA TUTELA DELL’AMBIENTE E QUELLA DEL LAVORO DEVONO ANDARE ASSIEME, A RAVENNA COME A MONTE TONDO

Ravenna in Comune ha già avuto modo di occuparsi della cava di Monte Tondo. Si tratta dell’ennesimo conflitto che si pone artificialmente tra cittadini in quanto lavoratori in un territorio e cittadini in quanto abitanti in quello stesso territorio. Non è territorio ravennate, se non a livello di provincia. Ravenna è un comune di pianura. Per questo sentiamo la Vena del Gesso, dove si trova la cava, per quanto esterna ai confini comunali, un po’ come se fosse nostra. Del resto, se venisse accolta la domanda presentata dalla Regione, ci potremmo fregiare di un nono sito Unesco proprio grazie alla Vena del Gesso.

Il padrone, una multinazionale, la Saint-Gobain, tenta il solito ricatto occupazionale per continuare con il liberistico motto, di “sfruttare tutto quello che si riesce finché conviene e al diavolo il resto”. Se si accoglie la richiesta, allora il lavoro continua come prima per un altro po’. Se non si accetta allora la vallata ne soffrirà. Del fatto che le cave prima o poi debbano cessare il loro lavoro estrattivo e che quindi va programmato, andava fatto da tempo, il “cosa succede dopo”, è cosa che non interessa al padrone. E, come spesso succede, la posizione del padrone è sostenuta anche da chi rappresenta i cittadini in quanto lavoratori, cioè i sindacati, ma anche dalle istituzioni locali. Non è una novità: accade a Ravenna con le piattaforme off-shore come a Taranto con l’ex Ilva. Sono solo alcuni dei tanti possibili esempi. Questo modello ricattatorio il liberismo cerca di replicarlo ovunque. Che continuare a bruciare carbone sia un danno per la salute dei tarantini o che, a parte la crisi climatica, l’estrazione di gas rappresenti di per sé una fonte di abbassamento del suolo, o che la cava sia diventata incompatibile con la sopravvivenza del patrimonio naturale rappresentato dal parco della Vena dei gessi… tutto questo al padrone non interessa, comprensibilmente. Meno comprensibilmente tocca solo ai soliti ambientalisti opporsi allo scempio. La Vena del Gesso è difesa da un largo fronte di associazioni e cittadine e cittadini che vede alla sua testa la Federazione Speleologica Regionale dell’Emilia-Romagna.

Riportiamo di seguito uno stralcio della lettera aperta di Massimo Ercolani, Presidente della Federazione Speleologica, a chi si è candidato alle prossime elezioni amministrative nel territorio di Riolo Terme, uno dei comuni interessati dalle attività della cava (il testo integrale è comunque riprodotto di seguito):

«Le dimensioni della cava sono ormai tali da renderla non più compatibile con la Vena del Gesso, come riconosciuto dalle stesse amministrazioni pubbliche nell’ultimo Piano Attività Estrattive (PAE) “l’area estrattiva ha profondamente e in modo irreversibile alterato e modificato la situazione originaria dell’affioramento della Vena dei Gessi.”
Per questo già all’inizio degli anni 2000 si era posto il problema di chiudere la cava e fu stabilito un limite massimo di espansione, raggiunto il quale doveva terminare la potenzialità del giacimento e conseguentemente cessare l’attività estrattiva. Nonostante i molti anni a disposizione, le amministrazioni che si sono succedute e le comunità locali non si sono preoccupate di chiedere e sostenere la necessaria riconversione dell’attività produttiva, in grado di salvaguardare gli aspetti occupazionali e sociali conseguenti alla chiusura del polo estrattivo e così cessare la distruzione irreversibile del paesaggio. Ora la multinazionale Saint-Gobain chiede di espandere l’area di estrazione, dimenticando così che i patti vanno onorati.
Fino ad oggi gli enti locali direttamente interessati non hanno nulla da obiettare, poiché non reputano prioritaria la salvaguardia di uno straordinario “bene comune” qual è la Vena del Gesso romagnola. Anzi, si sono dichiarati disponibili a concedere alla proprietà della cava una ulteriore porzione di ambiente da distruggere, venendo così meno al patto a suo tempo stabilito e a quel ruolo basilare di mediazione tra due esigenze: tutela dell’ambiente e interessi economici.
Questi ultimi prevalgono sempre e comunque in maniera esclusiva, senza la benché minima attenzione alle problematiche ambientali. La cava è, per definizione, un’attività non illimitata: non esiste, del resto, attività estrattiva sostenibile, essa rappresenta da sempre una delle cause di degrado ambientale a maggiore impatto in quanto modifica in modo irreversibile la morfologia dei luoghi.
[…] Chiediamo se il futuro di queste vallate sarà la distruzione indiscriminata di quanto vi è di più prezioso, oppure un’attenta conservazione di questi straordinari ambienti che, per citare l’ultimo “Piano Infraregionale delle Attività Estrattive” (PIAE), sono da considerare “patrimonio naturale unico dal punto di vista geologico/speleologico, naturalistico, paesaggistico ed archeologico.” Per quanto ci riguarda ritenere la distruzione dell’ambiente una risposta alle necessità locali è il segno di un diffuso degrado culturale che considera il paesaggio prevalentemente un bene di consumo da sfruttare e ciò è causa prima di tanti disastri ambientali estesi globalmente».

Come Ravenna in Comune scrivevamo sul nostro programma già nel 2015 che: «La nostra idea di sviluppo si fonda sulla convinzione che sia non solo possibile ma conveniente preservare l’ambiente e porlo al centro dei progetti di crescita». Ravenna in Comune torna dunque ad esprimere piena solidarietà con la lotta per salvaguardare la Vena del Gesso e chiede si compiano al contempo sin d’ora i necessari passi per rendere possibile, al momento della chiusura della cava, una transizione ad un lavoro sostenibile sia economicamente che ambientalmente per il territorio.

[nella foto: la grotta di Re Tiberio sulle pendici di Monte Tondo, candidata a nono sito Unesco di Ravenna. La sua stessa sopravvivenza è messa a rischio dalle attività della cava]

#RavennainComune #Ravenna #ambiente #MonteTondo #VenadelGesso #lavoro

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ravenna notizie

Lettera ai candidati sindaco di Riolo: Cosa fare per salvare dalla distruzione la cava di Monte Tondo, della Vena del Gesso romagnola

Come è noto l’estrazione del gesso a Monte Tondo, è iniziata nel 1958. Le attività della cava, si sono svolte nel tempo sia in galleria che a cielo aperto, causando criticità ambientali devastanti in un territorio patrimonio di emergenze naturalistiche, speleologiche e archeologiche di rilevanza internazionale. Infatti l’area è ufficialmente candidata a Patrimonio dell’Umanità UNESCO, oltre ad essere tutelata dalla ReteNatura2000, siti di interesse comunitario (SIC), e situata all’interno dell’area contigua del Parco Regionale della Vena del Gesso Romagnola.

Oggi la cava di Monte Tondo va considerata di gran lunga la maggiore criticità ambientale di tutte le aree carsiche dell’Emilia-Romagna, nonché, in assoluto, una delle maggiori dell’intera regione.

Le dimensioni della cava sono ormai tali da renderla non più compatibile con la Vena del Gesso, come riconosciuto dalle stesse amministrazioni pubbliche nell’ultimo Piano Attività Estrattive (PAE) “l’area estrattiva ha profondamente e in modo irreversibile alterato e modificato la situazione originaria dell’affioramento della Vena dei Gessi.”

Per questo già all’inizio degli anni 2000 si era posto il problema di chiudere la cava e fu stabilito un limite massimo di espansione, raggiunto il quale doveva terminare la potenzialità del giacimento e conseguentemente cessare l’attività estrattiva. Nonostante i molti anni a disposizione, le amministrazioni che si sono succedute e le comunità locali non si sono preoccupate di chiedere e sostenere la necessaria riconversione dell’attività produttiva, in grado di salvaguardare gli aspetti occupazionali e sociali conseguenti alla chiusura del polo estrattivo e così cessare la distruzione irreversibile del paesaggio. Ora la multinazionale Saint-Gobain chiede di espandere l’area di estrazione, dimenticando così che i patti vanno onorati.

Fino ad oggi gli enti locali direttamente interessati non hanno nulla da obiettare, poiché non reputano prioritaria la salvaguardia di uno straordinario “bene comune” qual è la Vena del Gesso romagnola. Anzi, si sono dichiarati disponibili a concedere alla proprietà della cava una ulteriore porzione di ambiente da distruggere, venendo così meno al patto a suo tempo stabilito e a quel ruolo basilare di mediazione tra due esigenze: tutela dell’ambiente e interessi economici.

Questi ultimi prevalgono sempre e comunque in maniera esclusiva, senza la benché minima attenzione alle problematiche ambientali. La cava è, per definizione, un’attività non illimitata: non esiste, del resto, attività estrattiva sostenibile, essa rappresenta da sempre una delle cause di degrado ambientale a maggiore impatto in quanto modifica in modo irreversibile la morfologia dei luoghi.

Chiediamo se il futuro Consiglio Comunale e la Sindaca/il Sindaco di Riolo Terme sosterranno coerentemente il patto stabilito a suo tempo circa il limite di massima espansione del giacimento condiviso da tutte le parti in causa, con le delibere e agli impegni assunti riguardo alla proposta di  candidatura dei fenomeni carsici nei gessi dell’Emilia-Romagna a “Patrimonio dell’Umanità” UNESCO, considerando che l’eventuale espansione della cava comporterebbe un’ulteriore grave alterazione della Vena del Gesso già profondamente e in modo irreversibile snaturata dall’attività estrattiva e finirebbe per compromettere il buon esito della candidatura stessa in quanto l’UNESCO chiede, giustamente, che i siti “Patrimonio dell’Umanità” siano adeguatamente protetti.

Chiediamo altresì se la Sindaca/il Sindaco condivideranno le indicazioni emerse dal recente studio commissionato dalla Regione e voluto dalle stesse Amministrazioni locali. Studio che raccomanda di non ampliare l’area di estrazione del gesso e di “considerare il nuovo periodo di attività come l’ultimo possibile e concedibile, inserendo opportune clausole di salvaguardia negli atti autorizzativi corrispondenti;” nonché di “di utilizzare il decennio di ulteriore attività mineraria per attuare adatte politiche di uscita dal lavoro degli addetti oggi impiegati, in modo da minimizzare il problema al momento della cessazione delle attività”.

Per concludere, vi chiediamo se il futuro di queste vallate sarà la distruzione indiscriminata di quanto vi è di più prezioso, oppure un’attenta conservazione di questi straordinari ambienti che, per citare l’ultimo “Piano Infraregionale delle Attività Estrattive” (PIAE), sono da considerare “patrimonio naturale unico dal punto di vista geologico/speleologico, naturalistico, paesaggistico ed archeologico.” Per quanto ci riguarda ritenere la distruzione dell’ambiente una risposta alle necessità locali è il segno di un diffuso degrado culturale che considera il paesaggio prevalentemente un bene di consumo da sfruttare e ciò è causa prima di tanti disastri ambientali estesi globalmente.

Massimo Ercolani
Federazione Speleologica Regionale dell’Emilia-Romagna

Fonte: Ravenna Notizie del 4 maggio 2022

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