LA FATALITA’ NON ESISTE: L’UMANA CUPIDIGIA STA DIETRO AL VAJONT COME AL POLCEVERA

Sabato, a tarda sera, il disastro del Vajont ha compiuto 58 anni. Più di duemila morti a causa dell’umana cupidigia. Certo, non un caso unico nel nostro Paese. Senza andar così lontano nel tempo, abbiamo avuto, tre anni fa, 43 morti per il crollo di un viadotto autostradale a Genova. In quel di Longarone la diga è rimasta su e sul Polcevera il ponte Morandi è venuto giù, ma alla radice la causa è la stessa: dare la prevalenza ai guadagni sicuri rispetto al possibile rischio di altrui morti incerte. A Viareggio nel 2009 ci sono state 32 morti direttamente conseguenti all’esplosione in stazione e altre due indirettamente per infarto. Ma siamo sempre là rispetto alle cause. Umane, umanissime.

Come le 7 vittime bruciate vive sull’altare del profitto dalla ThyssenKrupp a Torino nel 2007. E le 118 che, proprio 20 anni fa, furono immolate alle deficienze strutturali dell’aeroporto di Linate. E tantissimi altri sarebbero da mettere in fila, naturalmente.

Anche Ravenna ha pagato i suoi prezzi, tante volte. 13 morti, il 25 novembre 1990, precipitati assieme all’elicottero. Le responsabilità furono ricondotte ad un giunto di collegamento delle pale al motore. Il giorno dopo sarebbe stato in calendario uno sciopero (poi revocato) per rivendicare sicurezza nei voli. E poi gli altri 13, i morti della Mecnavi, tre anni prima, il 13 marzo 1987, mandati allo sbaraglio sull’Elisabetta Montanari, nel più totale spregio delle misure di sicurezza. E questi sono i più grandi, quelli che si sono impressi nella memoria.

La storia insegna che la giustizia umana colpisce più duramente altrove rispetto a quanto faccia con i responsabili di questi disastri. Per i morti della nave, gli Arienti, i proprietari del cantiere, furono condannati a pene irrisorie. Per i morti dell’elicottero, nessun processo: fatalità. Viene proprio spontaneo pensare ad un altro numero tredici: i 13 anni di condanna per Mimmo Lucano…

Se il Vajont, il Polcevera, Viareggio, Torino, Ravenna dovessero insegnare qualcosa, questo qualcosa avrebbe a che fare col fatto che le attività umane generano sempre un rischio, piccolo o grande che sia. La soluzione non sta nell’azzerare le attività produttive, ma nel prevedere i possibili rischi ed azzerare quelli.

In provincia di Ravenna ci sono 34 impianti a rischio “Seveso”: il 41% di tutti gli impianti della Regione. Per quelli a maggior rischio, nella nostra provincia è concentrato il 5% di tutti gli stabilimenti italiani. A livello comunale, gli impianti a rischio “Seveso” sono in tutto 25, di cui ben 23 a maggior rischio e, salvo qualche rara eccezione, per lo più concentrati tra porto e petrolchimico. A pochi chilometri dal centro cittadino e a breve distanza da Marina di Ravenna e Porto Corsini.

Un importante obiettivo della nuova Amministrazione Comunale dovrebbe essere tenere conto di tutto ciò nel momento in cui si autorizzano nuovi impianti. L’obiettivo, infatti, non dovrebbe essere ridurre le occasioni di reddito ma farle progressivamente coincidere con nuove iniziative produttive prive di rischio “Seveso”, in sostituzione di quelle più pericolose. Solo un netto cambio di passo da parte del Sindaco rispetto a quanto fatto nel quinquennio appena trascorso può far andare in questa direzione. Come Ravenna in Comune teniamo d’occhio chi è entrato in maggioranza con de Pascale dichiarando che lo faceva per condizionarne l’azione. Noi restiamo scettici in proposito. Comunque, se da parte dei “Coraggiosi” vecchi e nuovi si intende dissipare il nostro scetticismo, il momento è arrivato.

[Nell’immagine: 9 ottobre 1963, il disastro del Vajont]

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