MECNAVI: I NOMI DI IERI E QUELLI DI OGGI

Prima di tutto vanno ricordati i nomi dei lavoratori. Quelli che il 13 marzo  1987 sono morti lavorando in un cantiere navale nella pialassa del Piombone, lo stesso pezzo d’acqua dove è affondata l’infame Berkan B:

Filippo Argnani,

Marcello Cacciatore,

Alessandro Centioni,

Gianni Cortini,

Massimo Foschi,

Marco Gaudenzi,

Domenico Lapolla,

Mosad Mohamed Abdel Hady,

Vincenzo Padua,

Onofrio Piegari,

Massimo Romeo,

Antonio Sansovini,

Paolo Seconi.

Tanti i ragazzi, tanti della collina, tanti al primo giorno di lavoro, tanti gli irregolari. Tutti morti.

Poi va ricordato il nome della nave dentro cui sono morti lavorando: l’Elisabetta Montanari, una nave di quasi 100 metri di lunghezza, costruita negli anni “60 del secolo scorso per trasportare quel gas di cui si sta costruendo un enorme deposito lungo il canale a poca distanza dalla pialassa del Piombone. Le lamiere del doppiofondo, destinato a contenere il gas in forma liquefatta, presentavano avanzati stati di corrosione e questo aveva richiesto il lavoro di taglio e sostituzione delle lamiere usurate, previa bonifica con eliminazione del materiale infiammabile. Voleva dire infilarsi in cunicoli tra un settore e l’altro, aspirare con pompe, rimuovere il residuo oleoso con raschietti, stracci e segatura.

Quindi è il turno del nome del cantiere, quella Mecnavi, divenuta la più importante impresa privata nel settore delle riparazioni navali con circa 70 dipendenti diretti ed una galassia di piccole imprese di contorno. I nomi di quelle con lavoratori impegnati al lavoro sulla Elisabetta Montanari: la GMR, la SIRCO, la IMI, la CEVESA, la APECO. La proprietà della Mecnavi era in capo ai fratelli Arienti, Enzo, Fabio e Gabriele. I Cicero, i Naldini, i Pasi e i Sansovini, titolari delle imprese appaltatrici.

Infine merita un ricordo il nome del vescovo che pronunciò l’omelia il giorno dei funerali: Ersilio Tonini. Un monsignore tutt’altro che di sinistra che pronunciò una delle più forti condanne del liberismo capitalistico rampante che Ravenna ricordi. «Fossero andati i genitori a visitare quei cunicoli avrebbero detto: “no, figlio mio! Meglio povero, ma con noi!” Avrebbero avvertito l’umiliazione spaventosa, la disumana umiliazione. Un ragazzo di 17-18 anni che è costretto a passare dieci ore in cunicoli dove – posso dire la parola? Non vorrei scandalizzare – dove possono vivere e camminare solo i topi! Uomini e topi! Parola dura, detta da un vescovo all’altare: eppure deve essere detta, perché mai gli uomini debbano essere ridotti a topi!… Non è vero che il mondo del lavoro è ormai del tutto in ordine. Proprio lì, si svelano ora zone di sofferenza estrema e autentica disumanità… I primi a farne le spese risultano essere i giovani, posti di fronte a un ricatto: o trascinarsi in una disoccupazione logorante, spregevoli a sé e agli altri, o mostrarsi disponibili a tutto, al lavoro nero, alle prestazioni più umilianti, al rischio di morire come topi in trappola».

Cosa resta di quel buco nero nel porto di Ravenna, il più grave incidente sul lavoro della nostra storia assieme a quello dei 13 dell’elicottero? Quasi tutte le cause restano in piedi e pronte ad agire di nuovo a provocare un nuovo “incidente” appena il caso offrirà l’occasione. C’è ancora il caporalato che intermedia la ricerca di lavoro in porto, c’è ancora il subappalto spinto alle estreme conseguenze, c’è lo sfruttamento del lavoro attraverso l’applicazione di condizioni contrattuali lontane dalla regola, c’è l’irregolare attrezzaggio per il lavoro in sicurezza fatto di pianificazione, misure, apprestamenti e presidi di salvaguardia. C’è soprattutto il modello capitalistico di spremitura della forza lavoro per l’estrazione di plusvalore, marxianamente inteso, senza riguardo alle vite e alle storie delle persone sfruttate ma solo al guadagno e alla concorrenza basata non sulla ricerca dell’eccellenza ma sulla riduzione dei costi. Ad ogni costo. Nonostante un accordo, un patto, un protocollo d’intesa siglato tra sindacati, associazioni datoriali e istituzioni, che, sulla carta, dovrebbe garantire i lavoratori da questo tipo di rischi.

Quello che manca, oramai, è l’allora fiorente settore delle riparazioni navali, trasmigrato nel tempo su altri lidi e porti. Lo dimostra il caso della Berkan B, demolita da un soggetto fuori regione, una ditta spezzina committente di un manovale a sua volta subappaltante a un cuoco.

Ma il modello può replicarsi e si replica in altri settori. Può di nuovo accadere. E, in forma meno eclatante, in numeri che passano inosservati, perché morti e feriti capitano alla spicciolata, accade. Come Ravenna in Comune torniamo allora a ricordare che giace inapplicata la richiesta approvata dal Consiglio Comunale di costituire presso la Prefettura un apposito osservatorio per la legalità e la sicurezza sul lavoro. Ma il Sindaco, così attento a stimolare il Prefetto sui temi delle trivellazioni off-shore, su questo aspetto invece non dà segni di vita da mesi e mesi.

Per questo, anche per questo, ricordiamo oggi i morti assassinati dell’Elisabetta Montanari.

#MassimoManzoli #RavennaInComune #Ravenna #Mecnavi #ElisabettaMontanari #13marzo1987 #Maipiù

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La commemorazione della tragedia della Mecnavi si fa in streaming. In alternativa, dopo la deposizione di corona alla lapide in ricordo delle vittime, sarà realizzato un momento di ricordo e riflessione, a porte chiuse, in collegamento streaming

l’anniversario della “Mecnavi”

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