CMC: UN’ALTRA TESTA TAGLIATA IN KENYA

In Italia la vicenda delle dighe che in Kenya sono state pagate a CMC ma non realizzate dalla cooperativa è uscita dai titoli dei giornali dopo esservi comparsa per pochi giorni a fine luglio. Non solo dai titoli di testa, ma proprio da ogni pagina. In Kenya invece resterà tra i titoli di testa per molto tempo ancora. In quanto va avanti l’inchiesta condotta dalla pubblica accusa rappresentata da Noordin Haji, capo della procura anticrimine del Kenya e dal capo della polizia keniota, George Kinoti.

Il Kenya passa per un paese corrotto. Secondo l’indice redatto annualmente da Trasparency International che pubblica una classifica mondiale per nazioni basata sulla percezione di corruzione nel paese, il Kenya si situa abitualmente attorno alla 140esima posizione attorno (144esima nel 2018 e 143esima nel 2017) su 180 stati monitorati. Non è che l’Italia spicchi per particolare brillantezza a sua volta, ma questo lo si sa senza bisogno di guardare la classifica (siamo comunque considerati meno corrotti del Kenya: stiamo attorno alla 50esima posizione (53esima nel 2018 e 54esima nel 2017), Grecia a parte, in Europa occidentale siamo il fanalino di coda; tocca girarsi verso l’est Europa per trovare risultati peggiori. 

Come in Italia, però, anche in Kenya periodicamente della corruzione si parla molto, si lanciano campagne e si iniziano guerre… a parole. Nel maggio scorso in un discorso alla Nazione il Presidente Uhuru Kenyatta ha esortato la magistratura a fare la sua parte affinché i ricchi e potenti, dopo aver rubato, non utilizzino i giudici per sfuggire alle condanne, e i parlamentari a presentare nuove leggi per vincere la guerra contro i signori delle mazzette. Dichiarando di aspettarsi “che i nuovi funzionari attualmente in carica nei procedimenti giudiziari e nelle indagini avviino procedimenti contro i più potenti e privilegiati, per dimostrare ai kenioti che nessuno di noi è al di sopra della legge”. 

Poteva andare come di consueto e concludersi in un nulla di fatto. Come in Italia, però, anche la guerra alla corruzione può mescolarsi alla conflittualità politica. Nel caso del Kenya si sta realizzando una rottura tra due politici alleati per diversi anni e appartenenti alla stessa formazione politica, il Jubilee Party of Kenya, destinata a protrarsi fino alle presidenziali del 2022: il Presidente Uhuru Kenyatta, di etnia kikuju, e il vice Presidente William Ruto, di etnia kalenjin. Quest’ultimo, nell’ambito di un mondo politico in cui la corruzione è la norma, è riuscito a conquistarsi il titolo di “Uomo più corrotto del Kenya”. Il caso che ha dato fuoco alle polveri ha visto il coinvolgimento di un pezzo da novanta del governo, il ministro delle finanze Henry Rotich, un kalenjin la cui nomina era stata fortemente sponsorizzata dal vice Presidente Ruto nel 2013. Stando al capo d’imputazione a suo carico, Rotich, si sarebbe appropriato di oltre duecento milioni di dollari, distratti dall’appalto concesso alla CMC, per la costruzione di due dighe nelle località di Kimwarer e Arror nella Kerio Valley. Insieme a Rotich, costretto alle dimissioni, nel luglio scorso sono stati arrestati altri venti funzionari del suo ministero, reputati a vario titolo coinvolti nello stesso fatto illecito.

Assieme a Rotich e al sottosegretario dello stesso ministero, Kamau Thugge, entrambi eliminati dai ruoli di Goveno e con i rispettivi conti bancari congelati, l’ultima testa a cadere nella giornata di venerdì è stata quella della sottosegretaria al ministero dell’ambiente, Susan Koech, tra gli arrestati di luglio. È accusata di aver richiesto al sottosegretario Thugge di procedere negli anticipi di pagamento a CMC.  

Come noto, ad essere colpito da mandato internazionale di arresto per il ruolo di corruttore nella vicenda è stato il Direttore Generale di CMC, Paolo Porcelli. Secondo La Verità sarebbe stato Porcelli a concludere un contratto con Stanley Muhatma, parlamentare del Jubilee Party e proprietario della società di costruzioni Stansha Limited per il ruolo di facilitatore nell’ottenimento degli appalti per la realizzazione delle dighe. Il compenso per l’intermediario tra CMC e i membri del Governo keniota, sarebbe stato del 3% del valore dell’appalto. Anche Muhatma è finito sotto arresto nelle scorse settimane. In tutto ad oggi sarebbero 28 i destinatari di mandati di arresto, compresi altri due manager CMC i cui nominativi non sono ancora stati resi noti.

L’assegnazione dei lavori, che in origine avrebbe dovuto essere fatta per bando internazionale, fu conclusa nell’ambito di un accordo bilaterale tra governo italiano (Renzi) e keniota. CMC South Africa Ltd. è stato il soggetto che ha partecipato alla gara d’appalto, mentre un consorzio, tra CMC-Itinera del gruppo Gavio, ha firmato il contratto; CMC Itinera JV Kenya Branch ha emesso le fatture ed è stata CMC Ravenna ad incassare gli anticipi versati dal Tesoro keniota. Il valore della commessa è lievitato da 300 a 600 milioni di euro. Quanto alle opere, in Kenya sono definite  “le dighe fantasma”. 

Come Ravenna in Comune vogliamo augurarci che il nome di CMC riesca ad uscire “pulito” alla conclusione di questa vicenda. Certo che, per restare all’estero, ai fatti del Kenya si sommano le vicende degli appalti nepalesi, ugandesi e sudafricani. 

Tutto porta a concludere che, al netto di implicazioni penali, sia il modello cui si è attenuta in questi anni la cooperativa per l’aggiudicazione dei lavori all’estero ad essere messo sotto accusa. E, al momento della richiesta del concordato, più del 70% del fatturato derivava da commesse estere. In Italia, d’altra parte, CMC si è infilata in tutti i cantieri più controversi: da quelli “veri” delle basi militari e della TAV in Valsusa, a quelli “virtuali” del ponte sullo stretto e dell’E45. Anche il sistema delle “grandi opere” fa acqua da tutte le parti e non sarà il nuovo governo PD-M5S a rivitalizzarlo. Se ne renda conto la CMC; giri pagina rispetto alla mission e alla dirigenza cui affidarsi per raggiungere i nuovi obiettivi; recuperi, soprattutto, i valori all’origine del suo essere cooperativa. Solo poco tempo fa ragionava di trasformarsi in società per azioni. Poi si è affacciata al baratro. Se dovesse, come speriamo, salvarsi, ritorni al dettato costituzionale (art. 45): “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata”.

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