Nessun posto di lavoro in meno per il referendum contro le trivelle

Il referendum abrogativo del 17 aprile, sulla concessione delle estrazioni di idrocarburi in mare, sta generando un dibattito che allontana la popolazione dai reali obiettivi di questa consultazione. Le intenzioni originarie riguardano infatti l’apertura a nuovi scenari economici per l’Italia, dove una graduale trasformazione delle risorse energetiche può accompagnare la nascita di un moderno sistema basato sulle risorse rinnovabili e sostenibili, come del resto sta avvenendo già da alcuni anni nei Paesi del nord Europa e rispetto ai quali l’Italia è rimasta spaventosamente indietro. Può creare la possibilità di nuovi posti di lavoro nei campi della ricerca e delle tecnologie innovative, aumentare il grado di collaborazione con un’istituzione importante come l’Università e portare di conseguenza ad un generale miglioramento delle condizioni ambientali aprendo il campo d’azione ad altri settori dell’economia, come ad esempio il turismo. Da questo punto di vista accogliamo con grande favore il recente intervento di Confesercenti, che sottolinea l’importanza di una vittoria del SÌ al referendum per dare appunto lo slancio al turismo locale, che anche secondo Ravenna In Comune deve diventare il settore strategico su cui convogliare sempre maggiori investimenti.

Ma veniamo alla grande questione sollevata dagli oppositori del referendum e cioè la perdita dei posti di lavoro. Questo dato appare come una grande mistificazione della realtà, contro cui Ravenna In Comune chiama i cittadini a difendersi utilizzando gli strumenti dell’informazione. Sul sito del Ministero per lo Sviluppo Economico sono infatti pubblicate tutte le concessioni in vigore per le piattaforme che si trovano entro le 12 miglia di distanza, vale a dire gli impianti chiamati in causa dal referendum.
È pertanto il Ministero a dire che attualmente le 7 concessioni di “coltivazione di idrocraburi” che competono alla giurisdizione della Capitaneria di Porto ravennate termineranno non prima del 2027, a parte una relativa alla piattaforma “Naide” che terminerà nel 2024.
Nessun posto di lavoro risulta pertanto a rischio nei prossimi anni a causa del referendum contro le trivelle, ma saranno le scelte aziendali a decidere di chiudere da un momento all’altro delle piattaforme di estrazione che lavorano da decine di anni e sulle quali è possibile compiere gli stessi investimenti che oggi rientrano nei termini di scadenza concordati da tempo, oltre i quali non sarebbe logico investire poiché anche un’eventuale proroga dei termini avverrebbe soltanto negli anni subito precedenti alla scadenza e questo a prescindere dal referendum. È il sistema degli idrocarburi che mette a repentaglio il futuro di questi lavoratori, come evidenzia un recente articolo del Sole24Ore dedicato alle attività di estrazione del gas nel ravennate che recita “A rischio il futuro dell’oil&gas. In sei mesi persi 900 posti di lavoro”.
Una vittoria del SÌ al referendum potrebbe tuttavia stimolare gli operatori economici del settore ad avviare, un po’ forzatamente, la necessaria politica di ricollocazione occupazionale che invece una vittoria del NO escluderebbe a priori.

Inoltre c’è un altro importante elemento che riguarda la questione occupazionale del settore idrocarburi. Il costituzionalista Enzo Di Salvatore, professore associato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Teramo, afferma che la norma contestata dai promotori del referendum (il comma della Legge di Stabilità approvata nel dicembre 2015 che prevede di prorogare le concessioni fino all’esaurimento totale dei giacimenti) è palesemente illegittima, in quanto una durata a tempo indeterminato delle concessioni viola le regole sulla libera concorrenza. La norma, in altri termini, si pone in contrasto con il diritto dell’Unione Europea e, segnatamente, con la direttiva 94/22/CE (recepita dall’Italia con d.lgs. 25 novembre 1996, n. 625), che prescrive che “la durata dell’autorizzazione non superi il periodo necessario per portare a buon fine le attività per le quali essa è stata concessa” e che solo in via eccezionale (e non in via generale e a tempo indeterminato!) il legislatore statale possa prevedere proroghe della durata dei titoli abilitativi.
A questo punto risulta quindi necessario pensare a quali conseguenze porterebbe un’eventuale procedura di infrazione che l’Unione Europea potrebbe aprire nei confronti dell’Italia. A causa della quale, sottolinea sempre Di Salvatore, anche la Corte Costituzionale potrebbe dichiarare l’illegittimità della norma salva-trivelle per violazione dell’art. 117, primo comma, della Costituzione. Se ciò accadesse, le concessioni tornerebbero di nuovo a scadere secondo la data originariamente prevista proprio come richiesto dai promotori del referendum.

Per discutere di tutto ciò e molto altro ancora, la lista Ravenna In Comune invita la cittadinanza all’incontro di che si terrà domenica 20 marzo alle 9.30 presso la Sala D’Attorre di Casa Melandri, in via Ponte Marino 2 a Ravenna. Importanti ospiti di rilievo nazionale offriranno spunti e riflessioni per mantenere alta l’attenzione sul tema della trivellazioni.

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